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Alcuni giorni fa ho avuto la possibilità di partecipare a una conferenza nella quale, oltre al sottoscritto, vi erano alcuni testimonials provenienti da mondi differenti da quello delle aziende.

Gli argomenti erano particolarmente interessanti e il tema di fondo era la leadership.
Scendendo maggiormente nello specifico si ragionava sugli aspetti sistemici e strategici della leadership stessa. Per farsi ispirare sui primi, il nostro mentore era un eccellente direttore d’orchestra. Questi, oltre ad essere giovane e particolarmente capace di intercettare gli elementi fondamentali della “concertazione” di competenze diverse, punti di osservazione diversi, opinioni musicali diverse che necessariamente i membri di un’orchestra debbono avere, aveva la capacità di condurci in modo ispirato attraverso il tema della complessità.
Partiamo dal presupposto che, ad esempio, un oboista e un violinista hanno entrambi una forte leadership, ma la forma mentale che li ha portati a sviluppare il talento in grado di renderli buoni concertisti è profondamente diversa: non è la stessa cosa suonare un oboe rispetto al suonare un violino e questo vale per tutti gli strumenti che contengono elementi estremamente diversi e specifici.
Questo rende il lavoro del direttore d’orchestra particolarmente interessante. Riuscire a fondere insieme tutti quei diversi approcci, suoni e armonie che si trasformano in un tutt’uno in grado di veicolare la bellezza di un’opera d’arte.
All’interno della sua presentazione, ci ha mostrato un video nel quale uno dei più importanti direttori d’orchestra contemporanei, Sergiu Celibidache, si soffermava sul tema della bellezza e della verità.
Questi, a valle di una dissertazione filosofica sul senso della musica, ha riportato una frase di Schiller che mi ha colpito in modo particolare: “tutti coloro che hanno raggiunto la bellezza si sono accorti che dietro a questa si nasconde la verità”.
Sulle prime, al di là della intensità evocativa della frase, non sono riuscito a contestualizzare il senso profondo della citazione riportata dal maestro ma questo non ha impedito al concetto di continuare a risuonarmi nella testa.
Celibidache continua incalzando e rende ancora più appassionante il concetto dicendo che “la bellezza, infatti, non è il punto di arrivo bensì è l’esca!”.
Straordinario. La bellezza come mezzo per attrarre il pensiero alla ricerca della verità: molto denso di armonie artistiche. Molto emotivo, apparentemente poco razionale.
Ma la musica è arte, è emozione e contemporaneamente è raziocinio, è competenza, è processo, è struttura.
In seguito Valentino, questo il nome del maestro, ci ha condotti attraverso le basi della direzione, per farci capire quali significati hanno i gesti che compie normalmente su un palco e che hanno funzioni specifiche.
Ci ha aiutato a capire il linguaggio, estremamente pragmatico e razionale, che gli eleganti gesti compiuti con una bacchetta in mano hanno nei confronti dell’orchestra intera: è affascinante scoprire come gesti semplici hanno significati così specifici per chi ne comprende il gergo.
E’ stato proprio in quella fase della sua trattazione che è uscito un concetto che ha dato un significato alla precedente affermazione di Schiller.
“Alcune opere”, ci ha spiegato Valentino, “sono immortali perché il loro livello di complessità è elevatissimo… senza la complessità non vi sarebbe la possibilità di dare tonalità diverse a un’opera e senza questa caratteristiche non sarebbe possibile mantenere alto l’interesse del pubblico verso quell’opera. Complessità e qualità sono due concetti vicini…”
In effetti, gestire la complessità è per definizione estremamente difficile ed è proprio questa difficoltà a rendere unica un’opera ogni volta che viene eseguita con filosofie, modalità e personalità diverse derivanti interpretazioni soggettive dei direttori che le portano in scena.
Talvolta, addirittura, la complessità riesce a trasformarsi in un tutt’uno che appare talmente semplice che ci si chiede: ma a cosa serve un direttore d’orchestra?
Proprio per il fatto che gli strumentisti sono capaci da soli di suonare, oltretutto spesso in modo eccellente, non è facile comprende qual’è il vero contributo del direttore.Capita che un bravo direttore riesca ad essere talmente armonizzato con gli strumentisti da apparire addirittura inutile!
Il suo ruolo appare a quel punto così semplice che quasi tutti abbiamo immaginato di poter dirigere una grande orchestra pensando “…e che sarà mai! Potrei farlo anche io!”.
Questo è il punto: la magia di un direttore d’orchestra è quella di far passare come “semplice” una complessità straordinariamente elevata.
È stato in quel momento che la mia mente ha divagato correndo in direzione di alcuni concetti che per molto tempo sono rimasti piuttosto oscuri nella mia mente.In seguito l’immagine della complessità che si trasforma in una semplicità ad alto contenuto di design, creando prodotti altamente qualitativi e belli, mi ha fatto correre ad alcuni casi aziendali che di questi elementi hanno creato uno stile.
Ho rivisto nella mia mente casi aziendali o aziende che ritengono che la forma sia sostanza e rendono percepibile lo sforzo di creazione di valore attraverso una maniacale cura del particolare: Apple, Tecnogym, Ferrari, Ducati, Porche, e moltissime altre…
Ho riflettuto sulle modalità con le quali i manager, in queste e mote altre aziende, si interfaccino con la propria organizzazione con lo scopo di ottenere questo risultato di armonizzazione dei processi.
E ho rivisto tutti gli sforzi che ogni giorno un dirigente mette nella propria quotidianità per cercare di semplificare i processi che definiscono le loro aziende.
A questo punto non ho potuto evitare le domande che spontaneamente sono state ingenerate dalla trattazione di Valentino.
La semplificazione dei processi è davvero il valore al quale tendere?
È questa semplificazione che rendeun processo più efficace?
Ridurre il numero di elementi che intervengono in un processo crea valore?
È la schematizzazione che permette ad un’organizzazione di essere più fluida?
Sono ovviamente domande che hanno a che vedere con la filosofia organizzativa e per le quali io personalmente non ho risposte, ma è impossibile astenersi dal riflettere su questo semplice concetto.
Per certo credo che sia proprio lo riuscire a far apparire semplice la complessità, attraverso un prodotto o un servizio, che crea valore duraturo nel tempo.
Il problema è che gestire la complessità richiede elementi di competenza, talento, autorevolezza e personalità fortissimi.
Come sempre capita si apre un bivio davanti al quale non è possibile sostare per molto tempo, una strada va imboccata: snellire abbandonando il valore che la complessità è in grado di fornire o gestire la complessità rendendola, ad occhi esterni, semplice ed essenziale?
Lascio ad ognuno questa risposta riportando l’approccio di Steve Jobs al problema quando si trovò a raccontare la propria filosofia agli sviluppatori del Mac nel 1983: “Quando poi si riconsidera il problema, allora si capisce quanto sia complesso e si adottano delle soluzioni contorte. E’ qui che di solito la gente si ferma e la soluzione sembra funzionare, almeno per un po’. Ma le persone veramente in gamba vanno avanti fino a scoprire il principio sottostante al problema e a trovare una soluzione elegante capace di funzionare ad ogni livello. Questo è quello che abbiamo voluto fare con il Mac.”

Dietro la bellezza, la verità… appunto!