Perché non abbiamo vinto?

Questa domanda è la prima che ci si pone quando, dopo una delusione sportiva, le emozioni ci sommergono schiacciandoci il buco profondo della rabbia e del senso di giustizia.

Emozioni spiacevoli, recriminazioni, colpevolizzazioni, giustificazioni… rabbia.

L’analisi dei motivi per cui il successo arriva o meno sono sempre molto facili a posteriori.

Prima di ogni gara importante la speranza e l’entusiasmo, la passione e la sofferenza che hanno creato la possibilità di arrivare fin lì annegano nelle emozioni la lucidità di comprendere quali sono gli elementi che sono stati trascurati.

Sempre troppo facile dire come si sarebbe dovuto fare per vincere una volta che non ci sei riuscito.

Purtroppo la capacità di vincere è una scienza. Mettere insieme ciò che serve per costruire risultati eccellenti fa parte di un progetto preciso, di una strategia determinata e dell’applicazione pedissequa di ogni elemento considerato necessario alla vittoria stessa.

Dough Beal, Mitico allenatore della nazionale di volley americana, amava dire che “allenare e scienza e arte“!

L’arte e nella capacità di cogliere ogni opportunità che la situazione che stai vivendo ti offre e questo è proprio dei grandi campioni e dei talenti puri.

Ma la scienza di vincere è scienza.

È la capacità di curare ogni singolo dettaglio fino al più inverosimile e incredibile. Sta nella capacità di non lasciare al caso nessun elemento fisico, tecnico, tattico, strategico, ambientale, politico, biologico, mentale…

Chi fa della vittoria una scienza mette ogni singola energia nell’analisi maniacale di ogni minuscolo dettaglio ben sapendo che potrebbe anche non essere sufficiente.

Ed ecco che i campioni e le squadre vincenti, una volta che non ottengono risultato pur avendo curato ogni singolo dettaglio, ricominciano a cercare le cose che fanno la differenza senza dimenticare quelle di cui già dispongo.

Ogni volta che si subisce una sconfitta bisognerebbe chiedersi, dopo che le emozioni spiacevoli se ne sono andate, ho davvero fatto tutto ciò che serviva per vincere?

Purtroppo, spesso, la risposta è no. Lo sport è violento ma giusto. I grandi team e i grandi campioni sanno che la sfida è lottare contro le avversità degli avversari, delle situazioni, degli infortuni, dell’ingiustizia, della fatica e talvolta anche del fato e del destino.

Ma se si trascurano elementi allora c’è una sola certezza. Non è possibile uscire a vincere e a sostenere nel tempo la capacità di farlo se non curando ogni singolo dettaglio. Oltre a questo, capita anche di fare tutto ciò che serve ed essere vinti ugualmente e in quel caso la vera tempra del campione esce nel rendersi conto che si è fatto tutto ciò che serviva e è arrivato il momento di fare ancora di più, di curare ancora di più le cose, creare contesti ancora più favorevoli per la vittoria.

Vincere è scienza, come pure perdere.

Non c’è niente di peggio di avere la maledizione di vincere quando non si curano i dettagli. In quel modo si diventa convinti di essere benedetti da Dio e di essere in qualche modo eletti o predestinati alla vittoria. Nulla di più falso. Nessuna maledizione più violenta di questa.

Per vincere ci vuole una scienza sofisticata e applicate in modo maniacale da campioni in grado di trasformarsi in artisti capaci di cogliere le grandi opportunità che il metodo e la preparazione creano.