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Sarebbe importante, specie nei periodi che siamo vivendo, soffermarsi a pensare al valore che la percezione che gli altri hanno di noi ha nelle relazioni e nella professione.
Nel mondo della comunicazione, infatti, il percepito ha un valore immenso, molto più del comunicato.
In una comunicazione tra due soggetti, un emittente e un destinatario, l’emittente è colui che invia il messaggio e il destinatario che lo raccoglie ne ha una percezione, ovvero gli attribuisce un significato.
È ciò che si percepisce che fa la differenza benché la responsabilità sia e rimanga del soggetto che comunica.
Gli elementi che creano e definiscono il percepito sono talmente tanti che diviene difficile elencarli tutti in poche righe e raccontare il modo in cui possiamo utilizzarli a nostro favore.
Mi interessa tuttavia condividere una riflessione: quanto è utile manifestare in modo completo e diretto il nostro pensiero?
Questa considerazione attiene ai nostri valori oltre che alle nostre attitudini: alcune persone sono più aperte ed espansive, altre sono più ermetiche e riservate.
Pur comprendendo il valore enorme dell’ermetismo non possiamo fuggire dal meccanismo naturale che ci obbliga a manifestarci. Non comunicare è impossibile.
Questo aspetto, se talvolta rende il dono della sintesi una attitudine estremamente potente ed efficace, in altri casi rischia di generare un doppio legame non sempre positivo.
Il paradosso diventa quello per il quale il nostro non detto diventa più potente di ciò che diciamo e il percepito prevale sul comunicato.
Il problema è che il percepito è estremamente soggettivo, oltre che nelle mani del ricevente, e si rischia di incappare in pericoli di fraintendimento nei casi in cui il nostro interlocutore non ci conosca bene, ovvero non disponga di strumenti corretti e ben calibrati di decodifica del nostro silenzio o del nostro ermetismo.
D’altro canto la costruzione degli strumenti di decodifica non può avvenire in modo esplicito ma deve passare attraverso una parte della comunicazione più attinente al non verbale e agli aspetti relazionali di questa.
Eppure esistono situazioni nelle quali si trascura la potenza del percepito e il nostro manifestarci passa attraverso i paradigmi dei nostri interlocutori. In questi casi il fraintendimento incombe.
Sintesi e trasparenza sono la base della comunicazione carismatica ma prevedono una grande padronanza degli strumenti di comunicazione e di una grande sensibilità nella gestione della relazione e sono l’altro lato della medaglia rispetto alla comunicazione evocativa, che utilizza le immagini e la retorica come veicolo di idee, informazioni ed emozioni.
La modulazione delle due strategie genera grandi risultati e varia le percezione che i riceventi hanno della nostra

comunicazione.
Non dimentichiamo infine che i processi di comunicazione richiedono impegno e dedizione poiché generano nelle persone a noi vicine stati d’animo, pensieri, gioia o preoccupazione e ci impongono senso di responsabilità.
Noi siamo ciò che comunichiamo, ovvero ciò che gli altri percepiscono della nostra comunicazione ed è esattamente quello che ci restituiscono in termini di reputazione.
Alla fine noi non siamo altro che la percezione che gli altri hanno di noi. Questo è il motivo per il quale è opportuno prenderci attenta cura del percepito oltre che al comunicato.
Meditate gente… e comunicate…