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    Il passo spezzato del capro espiatorio

    24 giugno 20265 min
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    Il ritmo ipnotico del tacco-punta, quel passo spezzato che sembra una caricatura della corsa e invece è una delle discipline più brutali e logoranti della storia umana. A quarantuno anni suonati, mentre la stragrande maggioranza dei suoi coetanei fatica a scendere dal divano senza emettere un gemito articolare, Alex Schwazer è ancora lì, a stampare tempi da primi dieci al mondo. E puntuale come una cambiale scade, nell'aprile di questo bizzarro duemilaventiex, la scure della Wada si abbatte nuovamente su di lui. Positivo. Ancora. Di fronte a questo eterno ritorno dell'uguale cinematografico, le opzioni sono soltanto due: o siamo al cospetto del più patologico, diabolico e recidivo bugiardo che lo sport mondiale abbia mai generato, oppure stiamo assistendo all'accanimento terapeutico di un sistema burocratico che ha deciso di fare di un uomo il proprio capro espiatorio permanente. Io una mezza idea ce l'ho, ed è tutt'altro che rassicurante per chi crede ancora nella favola della giustizia sportiva indipendente. La verità è che il talento disturba. Il talento resiliente, quello che non si piega alle regole non scritte del compromesso e del quieto vivere, terrorizza le istituzioni. Nel nostro modello di sviluppo, quando si affronta una crisi, la maggior parte delle persone e delle organizzazioni si rifugia nell'immobilismo per paura di sbagliare, sperando che la tempesta passi. Ma chi non avanza, va indietro, perché là fuori c'è sempre qualcuno che, armato di coraggio, continua a camminare. Schwazer ha fatto esattamente questo: ha continuato ad avanzare quando avrebbe dovuto strisciare nell'angolo del pentimento e dell'oblio che il tribunale dello sport aveva saggiamente preparato per lui. Aver dimostrato che un atleta squalificato, umiliato e privato dei suoi anni migliori può tornare a quarant'anni e camminare più veloce dei giovani cresciuti nei laboratori federali è un insulto intollerabile per i mandarini del doping. Significa dimostrare che esiste un motore interno che va oltre le provette e i protocolli. Perché la prestazione, quella vera, non è solo una questione di parametri ematici. C'è una declinazione corporea dell'emozione, una chimica sottile che trasforma la rabbia e il senso di ingiustizia in energia cinetica pura. È l'attivazione di quelli che mi piace definire i nostri "Super Poteri" interiori, risorse nascoste che la scienza dei burocrati non potrà mai mappare in un grafico Excel. Quando guardi la sua ultima conferenza stampa, non vedi la postura difensiva del colpevole sorpreso con le mani nel sacco. Vedi un uomo stanco, certamente, ma integro. Vedi l'allineamento perfetto tra la sua identità profonda e la sua missione personale. Il sistema gli chiede da oltre un decennio di recitare la parte del peccatore pentito e sottomesso, ma lui continua a scegliere la strada del disaccordo manifesto, rifiutando di farsi schiacciare dalla pressione conservatrice di chi gli sussurra all'orecchio di lasciar perdere per salvare il salvabile. Il dramma della burocrazia sportiva è che deve difendere se stessa, la propria infallibilità autoproclamata, anche a costo di distruggere l'evidenza empirica. Ammettere anche solo il minimo dubbio sulla catena di custodia di un campione esaminato anni fa, o sulla tempistica sospetta di quest'ultimo verdetto, significherebbe far crollare l'intero castello di carte. E così si preferisce la conservazione dello status quo, esattamente come quel presidente di società che preferisce retrocedere pur di non cambiare l'allenatore che gli garantisce la tranquillità politica. Schwazer ha pestato i piedi sbagliati semplicemente esistendo, continuando a dimostrare che la sua mente è orientata verso ciò che vuole realizzare e non verso ciò che il sistema vuole rimproverargli. Il suo pensiero strategico positivo è stato la sua condanna: non si è mai comportato da vittima rassegnata. Non mi interessa fare l'avvocato difensore in un'aula di tribunale che ha già emesso la sua sentenza prima ancora che l'imputato entrasse. Mi interessa la dinamica umana e strategica che questa vicenda mette a nudo. Siamo davanti a un uomo che ha pagato, ha scavato nel fondo del proprio inferno personale, ha compreso la declinazione fisica del proprio dolore e ha deciso di rimettersi in marcia. Il sospetto sistemico che lo circonda non è più una misura di controllo, è diventato una patologia del potere. Quando un'istituzione ha bisogno di ribadire la propria forza accanendosi ciclicamente sullo stesso soggetto ad ogni suo tentativo di rinascita, non sta dimostrando fermezza; sta mostrando una spaventosa, disperata debolezza. Alla fine, quello che spaventa davvero chi controlla le regole del gioco non è la possibilità che Alex Schwazer abbia mentito ancora una volta. La loro vera, indicibile paura è che stia dicendo la verità. Perché se un uomo da solo, privato di tutto, può resistere a vent'anni di persecuzione e continuare a correre più veloce del loro disprezzo, allora significa che il potere reale non risiede nelle loro stanze d'albergo a cinque stelle, ma nell'anima indomabile di chi ha deciso che nessuno, per nessuna ragione al mondo, ha il diritto di fermare il suo passo.
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