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    Distruggere Ferrari per salvarla

    28 maggio 20264 min
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    Appena l’ho vista, nel suo abito color carta da zucchero, il mio cervello limbico ha urlato un verdetto rapido e brutale: “Merda, che cagata”. È una reazione fisica, non razionale. Quell’oggetto non ha nulla a che vedere con una Ferrari. Non urla la sua potenza, non sibila con la musica di un dodici cilindri, non è bassa, non è cattiva, non è arrogante come dovrebbe essere. È un insulto alla memoria, un tradimento del mito. Dal mio punto di vista, un punto di vista passionale e viscerale, quella non è una Ferrari. Fine della discussione. Peccato che fermarsi qui sarebbe un esercizio di superbia intellettuale, un lusso che non possiamo permetterci. E infatti, un attimo dopo, la mente razionale innesca un pensiero differente, quasi un meccanismo di difesa contro la propria stessa ignoranza. L’ideatore stilistico di quella macchina è Jony Ive. Ripeto: Jony Ive. L’uomo che, insieme a Steve Jobs, non ha semplicemente disegnato i prodotti Apple, ma ha plasmato l’intera esperienza estetica e funzionale della nostra era digitale. Miliardi di persone, ogni giorno, interagiscono con il mondo attraverso la sua visione. Pensare che un uomo del genere possa inciampare goffamente su un’icona come Ferrari è, a essere generosi, ingenuo. Pensare di saperne di più è semplicemente ridicolo. La vera domanda, quindi, non è se la macchina sia bella o brutta secondo i canoni odierni. La vera domanda è: cosa ha spinto Benedetto Vigna, l’amministratore delegato di Ferrari, a compiere un gesto così estremo? Assumere Ive non è una scelta di design, è una dichiarazione di guerra allo status quo. È la consapevolezza di dover distruggere un presente glorioso per avere diritto a un futuro. È accettare che qualcuno ti prenda per mano e ti trascini dieci, forse quindici anni più avanti, costringendoti a rendere quel futuro reale, oggi. È un atto di fede o di follia, e il confine tra le due cose, come sempre, lo traccia solo il tempo. Quando ho letto che persino un’icona come Luca Cordero di Montezemolo si è augurato che qualcuno “tolga il cavallino da quel cofano”, ho sorriso. Non per scherno, ma perché ho riconosciuto un riflesso umano potentissimo: la resistenza al cambiamento. Il nostro cervello è programmato per riconoscere schemi, per trovare conforto in ciò che già conosce. Una Ferrari che non sembra una Ferrari crea un cortocircuito cognitivo insopportabile. È più facile bollarla come un errore che mettere in discussione il nostro intero sistema di credenze. È più comodo pensare che loro, i vertici, siano impazziti, piuttosto che ammettere la nostra incapacità di vedere ciò che loro già vedono. Chi sono io, chi è chiunque di voi, per arrogarsi il diritto di giudicare la visione di chi ha già dimostrato di poter costruire l’immaginario collettivo? Ci sono esseri umani che vengono pagati per fare esattamente questo: immaginare e creare il futuro. Possiedono dei veri e propri Super Poteri della visione. Hanno accesso a dati, scenari e prospettive che noi possiamo solo sognare. La nostra opinione, per quanto legittima, è basata sul passato. La loro scommessa, per quanto azzardata, è un investimento sul domani. E il domani, per definizione, non può assomigliare a ieri. Altrimenti non sarebbe domani, sarebbe una sua mediocre replica. Forse quello che stiamo guardando non è il presente della Ferrari, ma uno scorcio di un futuro che ancora non capiamo. Un futuro in cui il concetto di lusso, di performance e di desiderio sarà radicalmente diverso. Un futuro in cui il “rumore” sarà un’altra cosa, e la “cattiveria” si esprimerà con codici nuovi. Forse questa non è l’auto che vogliamo oggi, ma è l’auto che desidereremo tra dieci anni, senza nemmeno sapere perché. L’unica cosa che possiamo fare, noi comuni mortali, è metterci comodi. Quindi, alla fine, la domanda si riduce a una sola persona: Benedetto Vigna. È un folle visionario che non ha capito nulla dell’anima di Maranello oppure è un fottuto genio della nostra epoca che ci sta traghettando verso un nuovo paradigma? Non lo so. E non lo sa nessuno. Ma ho la sensazione che scoprirlo sarà uno spettacolo affascinante. Prendo posto sulla mia poltrona, sospendo il giudizio e apro la mente. Il verdetto arriverà, ma non oggi. Ci vorranno almeno dieci anni. E io sarò qui ad aspettare.
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