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    Formatori, la nostra estinzione è programmata

    3 giugno 20264 min
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    Preparate i fazzoletti, perché sto per annunciare l’apocalisse con la stessa enfasi con cui si ordina un caffè al bar. Entro il 2026, la professione del formatore come la conosciamo sarà un reperto archeologico. Lo so, sembro Cassandra in una mediocre produzione Netflix, ma reggetemi il gioco un istante. Lo tsunami tecnologico non sta arrivando: è già passato. Ha raso al suolo le nostre certezze decennali e ora ci troviamo in piedi, con l’acqua alle caviglie, a guardare i detriti delle nostre metodologie collaudate che galleggiano via. Molti colleghi, che svolgono questo lavoro da almeno dieci anni, si aggrappano a questi relitti come se fossero zattere di salvataggio, senza capire che la terraferma non esiste più. Il paradosso cosmico è che i nostri clienti continuano a chiederci le stesse cose. Vogliono più leadership, una comunicazione più efficace, un team building che non si limiti a una grigliata aziendale. In superficie, i bisogni sembrano identici a quelli del 2015. Ma è una trappola. In profondità, il loro sistema operativo sta andando in crash. Chiedono una bussola, ma il loro problema è che il campo magnetico terrestre si è invertito. Se ne accorgono a sprazzi, avvertono un’inquietudine strisciante, ma non riescono a nominarla. E noi, i presunti esperti, arriviamo lì con le nostre mappe antiche, orgogliosi di saper indicare una stella che nel frattempo è già collassata in un buco nero. E così, il formatore medio del 2024 è un personaggio tragico e meraviglioso. È un abilissimo maniscalco che si presenta davanti a un cliente appena sceso da un’auto a guida autonoma, e con orgoglio gli mostra il ferro di cavallo più tecnologicamente avanzato del diciottesimo secolo. Parliamo di integrare l’intelligenza artificiale, ma per molti questo si traduce nel chiedere a un chatbot di scrivere i tre punti chiave della leadership gentile. Non abbiamo capito niente. L’integrazione non è un copia-incolla per produrre contenuti più velocemente. È un nodo scorsoio che sta stringendo questa professione, obbligandola a una metamorfosi radicale o a una rapida dipartita. Il punto non è imparare a usare la tecnologia. Quello è banale. Il punto è: cosa resta di noi quando la tecnologia si prende il 90% di quello che facevamo? Quando la ricerca, la creazione di contenuti e la dispensazione di informazioni vengono fatte meglio, più in fretta e a un costo minore da un algoritmo? Qui si gioca la partita. Qui scopriamo se siamo solo dei distributori automatici di slide o se abbiamo ancora un ruolo. È il momento di tirare fuori i nostri veri "Super Poteri": l’empatia provocatoria, l’intuizione che legge il non detto in una sala riunioni, il coraggio di porre a un CEO la domanda che nessun modello linguistico oserebbe mai formulare. L’AI può gestire la conoscenza, ma chi gestisce la saggezza? Può elaborare dati, ma chi scatena la trasformazione? Il nostro "Why", il motivo profondo per cui abbiamo scelto questo mestiere, non è mai stato “spiegare cose”. Quella era solo la scusa. Il nostro proposito è sempre stato quello di accendere una scintilla, di sbloccare il potenziale, di essere il catalizzatore di un cambiamento umano. L’intelligenza artificiale, in questo senso, è una benedizione crudele: ci ha tolto tutte le distrazioni, tutto il lavoro accessorio, e ci ha lasciato nudi di fronte alla nostra vera missione. Non dobbiamo più costruire il palco, preparare le luci e accordare gli strumenti. Ora il nostro unico compito è salire su quel palco e fare la performance della vita, ogni singola volta. La scelta è brutalmente semplice. Possiamo diventare i nostalgici curatori di un museo di tecniche obsolete, oppure possiamo diventare gli architetti di un nuovo umanesimo organizzativo. Il futuro della formazione non è una battaglia contro le macchine, ma una corsa a diventare esponenzialmente più umani. Il colpo di pistola è già stato sparato. Molti non si sono neppure accorti di essere in gara. E il traguardo, ve lo assicuro, è molto più vicino di quanto pensiate.
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