Siamo l’unica specie sul pianeta capace di farsi venire un infarto per via di un pezzo di carta stampata con sopra la faccia di un presidente defunto o per un tizio in calzamaglia che vola tra i grattacieli di New York. Gli scimpanzé sono creature pragmatiche: se mostri loro una banana, la mangiano. Se provi a spiegargli che se ti cedono quella banana oggi, domani riceveranno cento banane nel paradiso delle scimmie, ti tirano un sasso in testa. Noi no. Noi abbiamo inventato le religioni, le multinazionali, il debito pubblico e i viaggi sulla Luna basandoci esclusivamente su una scommessa narrativa. Jules Verne ha sognato il centro della Terra e lo spazio profondo prima ancora che inventassimo un motore decente, e noi, come bravi sonnambuli ipnotizzati dalla bellezza del racconto, abbiamo costruito le macchine per arrivarci. La finzione è la nostra vera ecologia, l'aria intellettuale che respiriamo da quando abbiamo imparato a scaldarci intorno a un fuoco raccontandoci che i fulmini erano l'ira di un dio spettinato. Il problema sorge quando il narratore non è più un poeta visionario che vuole portarti tra le stelle, ma un ragioniere della paura che vuole farti firmare un contratto di locazione per la tua stessa libertà. Oggi assistiamo a un fenomeno di regressione cognitiva di massa che farebbe impallidire i sofisti greci. C’è una sottile, subdola linea di demarcazione tra la favola che nobilita l’uomo, spingendolo oltre i propri limiti biologici, e la narrazione tossica concepita da speculatori e imbonitori di corte per ridurlo all'apatia. Siamo passati dal credere che potevamo camminare sul mare al digerire passivamente l'idea che l'arbitro di una partita possa cambiare decisione a metà scontro solo perché un algoritmo o un potente di turno ha deciso che il copione della serata richiedeva un finale diverso. Accettiamo l'assurdo non per eccesso di fede, ma per pigrizia democratica, sottomessi a un'autorità invisibile che riscrive le regole del gioco mentre stiamo ancora giocando. Questa creduloneria degenerata è lo strumento di coercizione più violento e becero della nostra era. Viene confezionata con grafica accattivante, musica emotiva e un paternalismo insopportabile che ci dice cosa dobbiamo temere e come dobbiamo salvarci, a patto di rinunciare a un pezzo di noi stessi. Ma la vera tragedia non siamo noi che, dopotutto, abbiamo già barattato mezza anima in cambio della consegna a domicilio in ventiquattr'ore. La tragedia sono i nostri figli, cresciuti a pane e schermi, bombardati da narrazioni preconfezionate dove non c'è spazio per l'errore, per l'imprevisto o per la sacra arte del dissenso. Se togliamo loro la capacità di dubitare della trama che gli viene somministrata, li condanniamo a essere comparse mute nel teatro di qualcun altro, pronti ad applaudire anche quando il boia cala la scure sul loro futuro. Per evitare questo suicidio collettivo dobbiamo risvegliare i nostri Super Poteri interiori. Non parlo di volare o di lanciare fiamme dalle mani, cose che comunque risulterebbero scomode nei trasporti pubblici, ma del superpotere della decostruzione. Dobbiamo reimparare l'arte del dubbio metodico, l'abilità quasi divina di guardare una verità preconfezionata e chiedere: a chi giova questo racconto? Chi sta incassando le fiches mentre io mi commuovo per la scenografia? Il senso critico non è una dote naturale, è un muscolo che si allena con la disobbedienza intellettuale e la lettura dei classici, non con l'accumulo di notizie preconfezionate e digerite da un ufficio stampa ministeriale. Dobbiamo insegnare ai ragazzi a ridere dei potenti, a trovare il ridicolo nell'autorità che si prende troppo sul serio, perché un tiranno può sopravvivere alla rabbia, ma si scioglie come neve al sole davanti a una risata intelligente. Non si tratta di diventare cinici complottisti che vedono microchip nei vaccini e alieni dietro ogni semaforo. Il complottismo è solo un'altra narrazione pigra per chi cerca risposte facili a problemi complessi. Si tratta, al contrario, di abitare la complessità con aristocratica diffidenza. Il confine tra l’evoluzione e la schiavitù risiede nella nostra capacità di spegnere la televisione e guardare cosa succede dietro le quinte, dove i burattinai sudano freddo sperando che nessuno noti i fili. Quando smettiamo di fare domande per paura di essere esclusi dal coro degli integrati, abbiamo già perso. Se una regola può essere cambiata a piacimento dal signore del castello per compiacere i suoi sponsor, allora quella non è una regola, è una beffa, e noi non siamo cittadini, siamo sudditi paganti che guardano lo spettacolo da una curva sempre più stretta e costosa. La prossima volta che vi racconteranno una storia strappalacrime sul perché dovete rinunciare a un diritto fondamentale per il bene comune, fermatevi un istante. Ricordatevi che siete i discendenti di quelli che hanno addomesticato il fuoco e misurato la circonferenza della Terra con un bastone e un'ombra. Non lasciatevi trattare come comparse distratte di un pessimo film di propaganda. Il futuro non è un binario unico scritto da un tecnocrate di Bruxelles o da un miliardario della Silicon Valley. Il futuro è una pagina bianca che aspetta solo che qualcuno abbia il coraggio di strappare la vecchia scenografia e ricominciare a scrivere da capo, con la propria penna, con la propria testa, a costo di scontentare tutti i registi del mondo.