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    Il paradosso delle regole e il feticcio dell'eccezione

    22 agosto 20264 min
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    Le regole hanno un destino infame. Per la maggior parte delle persone sono un recinto fastidioso, un limite alla propria espressione individuale o un peso da sopportare con rassegnazione. Eppure, esiste una categoria di esseri umani ben peggiore di chi semplicemente detesta i confini. Sono coloro che esigono l’esistenza delle regole al solo scopo di poterne usufruire come di un privilegio privato: quello di essere gli unici a poterle infrangere. È una perversione psicologica e sociale che trasforma la norma in uno strumento di asimmetria di potere, dove il dovere si applica alla massa e l'eccezione diventa il sigillo della propria superiorità. Non mi tiro fuori da questo specchio. Ho provato anch'io, in momenti di debolezza o di presunzione, quel brivido sottile e velenoso di volermi sentire al di sopra della linea comune. Chi dice di non averlo mai desiderato mente a se stesso prima ancora che agli altri. Ma riconoscere questa spinta regressiva è l'unico modo per domarla. Il vero disastro si compie quando questo atteggiamento si istituzionalizza, quando diventa il codice di condotta silenzioso del collega raccomandato che si muove nei corridoi aziendali protetto da uno scudo di impunità, lasciando agli altri l'onere di far quadrare i conti e di rispettare le scadenze. Questa dinamica assume proporzioni grottesche e pericolose quando sale ai piani alti, fino a diventare la filosofia d'azione dei leader delle grandi aziende tecnologiche che oggi pretendono di plasmare il nostro futuro. Questi moderni oligarchi predicano la trasparenza mentre blindano i propri algoritmi, invocano la tutela della privacy mentre monetizzano ogni nostro respiro digitale e pretendono che la società si adegui alle loro accelerazioni senza che loro debbano mai rispondere alle leggi degli Stati in cui operano. Per loro la regola è un concetto arcaico, un ostacolo per la massa dei consumatori da addestrare, mentre il loro unico comandamento è muoversi rapidamente e rompere le cose. Il paradosso del vero carisma e della vera leadership sta nel percorso opposto. I grandi maestri che ho incontrato nel mio cammino e nello sport non erano quelli che cercavano scappatoie, ma quelli che creavano strutture di regole minime, chiare e condivise, per dare a tutti la massima libertà interpretativa all'interno di quella cornice. Quando riduci la regola all'essenziale, non hai più bisogno di controllori perché il gioco diventa di chi lo gioca. Chi sabota questo equilibrio per puro narcisismo o per sete di profitto non sta dimostrando forza, sta solo svelando la propria profonda immaturità emotiva e l'incapacità di confrontarsi ad armi pari con la realtà. La vera libertà non coincide con l'anarchia del privilegio. La libertà autentica richiede una maestria interiore che definisco parte dei nostri Super Poteri: la capacità di autodisciplina emotiva e cognitiva. Saper abitare la regola, comprenderne il senso profondo e avere la forza di rispettarla anche quando nessuno ci guarda è l'unico vero atto di ribellione contro un sistema che ci vorrebbe costantemente reattivi, infantili e bisognosi di un poliziotto esterno. Solo chi domina se stesso è davvero libero dal bisogno di dominare gli altri. Se accettiamo l'idea che la regola sia solo una trappola per i fessi e un trampolino per i furbi, stiamo firmando la resa culturale della nostra epoca. Il valore di un leader, di un professionista o di un uomo si misura dalla coerenza con cui custodisce il limite che egli stesso ha contribuito a tracciare. Una civiltà che abdica a questo principio, delegando il proprio destino a chi si ritiene immune dal dovere, cessa di essere una comunità e diventa un'arena di sudditi governata da oligarchi digitali. Non abbiamo bisogno di nuovi padroni delle regole, abbiamo bisogno di persone capaci di governare se stesse.
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