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    La burocrazia della mediocrità o del perché il talento fa paura

    13 luglio 20263 min
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    Prendete un ragazzo di ventott’anni, uno di periferia che scrive canzoni con la stessa urgenza con cui si cerca l’ossigeno sott’acqua, e guardate cosa succede quando mette duecentocinquantamila persone dentro uno stadio. Duecentocinquantamila anime che cantano all’unisono, che piangono, che si riconoscono nelle sue ferite. Una roba da far tremare i polsi a qualsiasi dinosauro della sociologia da salotto. Eppure, se aprite un social network qualsiasi la mattina dopo, non troverete l’analisi di un miracolo collettivo, ma il solito tribunale dei falliti. Gente col dito puntato che urla al miracolo commerciale, che si lagna perché il ragazzo fa i soldi, che rimpiange i cantautori di una volta. Quelli storici, capite, quelli che per essere considerati artisti dovevano per forza morire di fame o di noia in qualche scantinato umido. È affascinante questo sport nazionale del fango. Il sistema in cui viviamo, d’altronde, funziona benissimo e non è affatto rotto: produce esattamente ciò per cui è stato progettato, ovvero legioni di frustrati che passano la giornata a sputare sentenze su chi ce la fa, mentre comprano a rate lo smartphone nuovo per farlo meglio. La mediocrità ha una sua burocrazia rigidissima e non tollera deroghe. Funziona secondo una regola aurea che tutti conosciamo ma che nessuno ha il coraggio di scrivere sui manuali aziendali: gli invidiosi inventano le stronzate, i pettegoli le diffondono e gli stupidi, puntuali come le tasse, ci credono. È un ecosistema perfetto, una catena di montaggio del risentimento che non perde mai un colpo. Se voli basso sei uno di noi, se provi a decollare sei un venduto. La verità è che un artista come Ultimo fa una cosa imperdonabile in questa epoca di anestesia generale: riesce a toccare quelle corde invisibili che la maggior parte delle persone ha preferito spegnere per non soffrire. Mette a nudo i propri Super Poteri interiori, quella capacità squisitamente umana di trasformare il dolore in bellezza, la solitudine in un coro generazionale. E questo fa male a chi ha deciso di blindare i propri talenti sotto una rassicurante coltre di cinismo da tastiera. È molto più facile dire che i giovani d'oggi non capiscono nulla di musica piuttosto che ammettere di essere diventati incapaci di emozionarsi. Preferiamo chiedere il permesso a un algoritmo anche solo per sognare, stupendoci se poi qualcuno scavalca i recinti e si prende tutto il palcoscenico. Nello sport, come nella vita e nel business, per capire il livello di un fuoriclasse devi guardare come reagisce la massa. Quando un giocatore fa un tiro impossibile, l'allenatore non guarda la palla che entra, guarda la postura, la consapevolezza del corpo, il percorso che lo ha portato fin lì. I critici da divano, invece, vedono solo il conto in banca. Non tollerano la fatica del percorso, leggono il successo altrui come un'offesa personale alla propria immobilità. Ma la paura di faticare e di rischiare è solo mancanza di conoscenza. Chi critica non sa cosa significhi stringere i denti quando tutto va male, non conosce il territorio ignoto del foglio bianco e preferisce rifugiarsi nel comodo alibi del complotto. Allora lasciamoli parlare, questi custodi del nulla terapeutico, mentre continuano a lucidare le loro bacheche di risentimento quotidiano. Viva questo giovane romano, viva i suoi duecentocinquantamila complici e chiunque riesca ancora a disturbare il silenzio di una società che ci vorrebbe tutti rassegnati, ordinati e terribilmente uguali. Magari faremo anche noi la fine dei dinosauri, sommersi dalle nostre stesse chiacchiere inutili, ma per oggi, dico forse, possiamo ancora salvarci. O almeno provarci ridendo in faccia a chi vorrebbe spegnere la musica.
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