Guardo le statistiche sull’ultimo modello di linguaggio rilasciato sul mercato e provo una stanchezza che ha radici medievali. Tutti sanno tutto. Tutti ti spiegano, con la sicumera tipica di chi non ha mai dovuto gestire un condominio, come funziona l’intelligenza artificiale, dove ci porterà, quali vette di efficienza toccheremo entro venerdì pomeriggio. Persino i programmatori della Silicon Valley che hanno assemblato quelle reti neurali ammettono, a denti stretti e dietro paraventi legali, di non avere la minima idea di cosa succeda esattamente dentro la "scatola nera" durante la fase di addestramento. Ma il consulente di provincia su LinkedIn ha la risposta pronta. È una commedia magnifica, se non fosse che il palcoscenico sta lentamente prendendo fuoco.
La verità è che stiamo delegando le nostre decisioni a qualcosa che non ha la più pallida idea di esistere. Una coscienza artificiale non definisce se stessa, non possiede autoconsapevolezza, non prova l'ebbrezza di un successo né il terrore del fallimento. È solo un immenso specchio calcolatore. Eppure, quando si verifica un incidente di sicurezza come quello accaduto sui server di Hugging Face, con i token di autenticazione esposti e i modelli violati, il panico che si diffonde non è tecnologico. È esistenziale. In quel preciso millisecondo, mentre i sistemi di mezzo pianeta oscillano, ci rendiamo conto che abbiamo costruito un castello di carte sopra un uragano e abbiamo deciso di abitarci dentro senza nemmeno comprare un ombrello.
Non esiste un momento peggiore nella storia dell'umanità per dimostrare di essere rane che galleggiano pigramente in una pentola d'acqua tiepida, mentre qualcuno sotto ha acceso il gas al massimo. Ci stiamo spegnendo un grado alla volta, convinti che quel tepore sia il progresso. La tecnologia non è il carnefice, sia chiaro. Il carnefice è la nostra totale rinuncia a usare i nostri personali Super Poteri, quelli veri, quelli biologici che nessuna macchina potrà mai replicare perché non sono fatti di silicio e probabilità statistiche.
Penso soprattutto a Usare la forza, ovvero la nostra capacità di perseguire propositi nobili che vadano oltre la mera ottimizzazione di un processo aziendale o la scrittura automatica di una mail di scuse a un cliente arrabbiato. Dov'è finito il senso profondo di ciò che facciamo? Se riduciamo la nostra intera esistenza a una sequenza di compiti automatizzabili, allora meritiamo di essere sostituiti da uno script di trenta righe di codice scritto male. Anzi, forse sto esagerando. In realtà no, non sto esagerando affatto. La sostituzione è già in atto, solo che avviene nei corridoi della nostra attenzione, prima ancora che negli uffici.
L'apatia con cui accogliamo ogni nuova invasione tecnologica nella nostra sfera decisionale è il vero sintomo della febbre. Ci sediamo ai tavoli delle riunioni e aspettiamo che un algoritmo ci dica cosa pensare, come rispondere, quale strategia adottare per il prossimo trimestre. Abbiamo smesso di fare fatica cognitiva. Ci muoviamo con la grazia rassegnata di chi ha già accettato la sconfitta prima ancora di scendere in campo, dimenticando che l'unica risorsa che ci tiene in vita è quella scintilla disordinata, illogica e profondamente umana che nessuna intelligenza artificiale saprà mai simulare senza copiare i nostri stessi errori.
Forse dovremmo semplicemente spegnere il router per un'ora e ricominciare a guardarci in faccia, ammesso che ci ricordiamo ancora come si fa senza un filtro di bellezza applicato sullo schermo. Tu quando è stata l'ultima volta che hai preso una decisione basandoti solo sul tuo intuito, accettando il rischio assoluto di sbagliare da solo?