Torna al blog
    CoachingIntelligenza EmotivaPensieri

    Il soliloquio degli specchi di silicio

    22 giugno 20264 min
    Condividi:
    L'altro giorno ho visto un uomo al tavolo di un caffè che parlava fitto fitto con il suo telefono. Non stava registrando uno di quei messaggi vocali molesti che si usano oggi, no. Stava confessando le sue fragilità più intime a un’applicazione di intelligenza artificiale per farsi dare un parere psicologico rapido, mentre la cameriera cercava disperatamente di incrociare il suo sguardo per chiedergli se volesse del latte caldo o freddo. È la commedia dell'assurdo contemporanea: cerchiamo l'anima nel silicio e trattiamo gli esseri umani come fastidiosi ostacoli di carbonio sul nostro cammino. Abbiamo sostituito la fatica di comprendere l'altro con l'efficienza di un algoritmo programmato per darci sempre ragione, e lo chiamiamo progresso. Ci vantiamo di essere iper-connessi mentre l'unica cosa che stiamo davvero connettendo sono server sparsi per il pianeta che consumano risorse immense solo per rassicurarci sul fatto che sì, abbiamo ragione noi e che il nostro partner è chiaramente un narcisista tossico. Il capolavoro supremo di questo sistema non è la tecnologia in sé, che fa solo il suo mestiere di freddo calcolatore di probabilità, ma la nostra totale e volontaria capitolazione. Abbiamo delegato le decisioni mediche ad assistenti digitali che fanno la sintesi di Wikipedia, gli orientamenti personali a chatbot che parlano col tono rassicurante di un venditore di auto usate di lusso, e persino il corteggiamento a frasi preconfezionate che puzzano di plastica. Il sistema non è affatto rotto, funziona benissimo: produce esattamente quello per cui è stato progettato, cioè persone stanche, insicure e isolate, pronte a comprare soluzioni confezionate a problemi che prima non avevano. È il trionfo del divide et impera in salsa digitale, dove la frammentazione non avviene tramite muri di cemento o fili spinati, ma attraverso bolle cognitive personalizzate che ci rendono totalmente impermeabili alla realtà dell'altro. Pensateci bene. Che cosa succede quando dialogate con una macchina? Non c’è attrito, non c’è il rischio del rifiuto, manca del tutto quell'odore di sudore e di disagio emotivo che rende gli incontri umani così disperatamente vivi e nutrienti. L'intelligenza artificiale è lo specchio di Narciso definitivo. Ti valida, ti coccola, modula la propaganda e la pubblicità esattamente sulla frequenza d’onda dei tuoi traumi infantili non risolti. È una forma di pornografia relazionale in cui l'altro scompare, sostituito da un simulacro che non ti contraddirrà mai, non ti lascerà mai i piatti sporchi nel lavandino e non ti chiederà mai come stai davvero, perché semplicemente non gliene importa nulla. Vogliamo la libertà di esprimerci ma poi, sotto sotto, chiediamo a LinkedIn o a un algoritmo di suggerirci persino cosa pensare per non rischiare di essere esclusi dal gruppo. In tutto questo sforzo per disinfettare le relazioni umane per paura di farci male, stiamo deliberatamente anestetizzando i nostri Super Poteri interiori. Quelli veri, intendo. Parlo dell'intuito viscerale, della capacità di leggere l'impercettibile tremolio di un labbro in una stanza affollata, della forza curativa di uno sguardo che accoglie la fragilità altrui senza bisogno di una barra di scorrimento o di un prompt ben scritto. Questi nostri Super Poteri non hanno bisogno di aggiornamenti software né di abbonamenti premium mensili. Eppure li stiamo lasciando atrofizzare come muscoli inutilizzati, scambiandoli con la promessa di una finta armonia artificiale che ci lascia, alla fine della giornata, immensamente più vuoti, più soli e quindi infinitamente più facili da manipolare. Un popolo che non sa più decifrare il dolore di chi gli sta di fronte è un popolo che si governa con un semplice clic. Non so se l'intelligenza artificiale sia il male assoluto o solo l'ennesimo specchietto per le allodole di un'umanità pigra e spaventata dal confronto reale. Ma so che quando usiamo la tecnologia per evitare il contatto profondo, per proteggerci dall'imprevedibilità del vicino di casa, stiamo firmando la nostra stessa condanna all'isolamento esistenziale. Forse, dico forse, siamo ancora in tempo per salvarci da questa prigione dorata di risposte esatte e asettiche. Possiamo farlo ricominciando a sbagliare le parole, a litigare sul serio, a guardare negli occhi le persone accettando il rischio del disaccordo e la fatica immensa ma meravigliosa della vera riconciliazione. Oppure possiamo continuare esattamente così, facendoci consolare da un server mentre il mondo vero scivola via, ridendo amaramente del fatto che abbiamo inventato macchine capaci di pensare perché noi, sotto sotto, abbiamo smesso di farlo.
    Condividi:

    Commenti (0)

    Nessun commento ancora. Sii il primo!

    Lascia un commento

    Il commento sarà visibile dopo approvazione da parte dell'autore.