Forever we ball, united we fall, together we rise… Così la canzone dell’inno del basket femminile bolognese che ha dato bellezza e lustro alla storia delle ragazze della progresso della stagione 2018-19.

Anche io ho gioito e cantato quell’inno nella speranza che quello spirito diventasse un simbolo della bellezza dello sport che amo, il basket, qui a Bologna.

Oggi a Bologna il basket femminile esiste ancora ma l’omicidio della sua bellezza particolare e unica è compiuto.
Otto mesi fa a Bologna le ragazze del Basket Progresso Matteiplast scrivevano una pagina indimenticabile della loro vita di donne e di atlete. Difendevano le loro idee e il loro allenatore, la loro identità e la loro forza dai (a loro modo di vedere) soprusi di una società che aveva deciso che avrebbe spaccato il loro legame magico per interessi incomprensibili e, a conti fatti, inutili. La storia è nota e le ragazze conquistano per la seconda volta la loro franchigia per la serie A1.
Lo scomparso Civolani decide di rinunciare alla massima serie ma una sequenza di eventi incredibili accaduti durante l’estate (tifosi che cercavano risorse, dialoghi con la lega, tentativi di salvare il salvabile, ecc…) portano la squadra a trovare nella Virtus Bologna e nel suo sponsor Segafredo Zanetti (e la generosa FAAC subito pronta a dare un significativo contributo economico) a farsi paladini dei valori del team e alfieri delle meravigliose ragazze.
Ma dietro alle porte d’oro del paradiso spesso si cela l’inferno della dura realtà.
Come ci insegna il maestro Yoda potente è la forza e il suo lato oscuro è in agguato. Sappiamo infatti che talvolta l’ego delle individualità prevale sull’eco di una squadra e malauguratamente può prendere il sopravvento sulla bellezza dei valori che lo sport giocato ha in se.
Le ragazze avevano dato una incredibile prova di cosa fossero quei valori proteggendoli nel febbraio 2019 quando lasciarono i borsoni sul campo per difendere il loro allenatore e la loro squadra come fosse una famiglia e il loro eco ha risuonato in modo unico arrivando fino in cielo, a quella federazione che ha fatto di tutto per agevolarle ed alla città che le ha accolte nelle persone e nelle istituzioni.
Da li è nata la speranza che ha acceso l’interesse della Virtus e degli investitori.
La difficoltà di ritrovare lo stesso ambiente la si è percepita sin dalla composizione del progetto avvenuto nella tarda estate, già in ritardo rispetto alle avversarie e con incredibili problemi di interazione tra la filosofia virtuosa delle ragazze di “defend the land” e la nuova società.
La squadra viene composta in modo rocambolesco, senza più nemmeno il ricordo dei legami umani e potenti che vedono ancora impegnate come dirigenti o giocatrici alcune delle ragazze. Altre rinunciano per motivi diversi: chi per la professione, chi per lo studio, chi perché si sente già appagata.
La nuova squadra non è che il lontano ricordo di quella dell’anno precedente che aveva quella cultura dell’amicizia e della solidarietà che il sig. Zanetti in persona dichiarò di voler portare come nuova ventata culturale al servizio di tutto il movimento cestistico Virtus.
Parole purtroppo, soltanto parole.
La cultura insita nelle ragazze viene smontata a colpi di maglio dal più radicato approccio della competizione e della necessità di essere vincenti con il pretesto che le aziende serie funzionano con processi chiari e regole ferree.
Lavoro con grandi aziende da troppo tempo per non sapere che la cultura la fanno le persone e non i soldi o i brand.
L’approccio più ricercato del mondo per creare valore è quello di passare da essere Superhuman ad essere Super Human, ovvero dai superpoteri alla super umanità, come mi ricordava qualche giorno fa un caro amico CEO di una importante azienda.
Il mio amico Alberto Bucci, compagno di vita e maestro di sport, si incendiava di rabbia in vita di fronte a certi approcci e di certo si sta rotolando su se stesso con attacchi di bile ovunque si trovi ora.
Ma tant’è che la situazione ha avuto oggi il suo epilogo.
Il piano per convertire la bellezza delle relazioni e della squadra in un processo sterile e scevro da ogni relazione umana era già iniziata con scelte poco partecipate e modalità poco comprensibili dal punto di vista della continuità dello stile tanto ambito ha avuto il suo compimento il 25 novembre 2019 con l’esonero dello storico e amato allenatore Giancarlo Giroldi, chiudendo definitivamente quel ciclo.
Proprio colui che ha vissuto la bellezza della storia e che ha reso indimenticabile il basket femminile bolognese e che oggi la deve lasciare per motivi che non voglio giudicare ma che ritengo pretestuosi e sono comunque riconducibili alla responsabilità della dirigenza Virtus di voler smontare una idea di sport  come elemento culturale prediligendo la brutale competitività. Oltre a questo questa scelta smaschera una endemica  incapacità e incompetenza di comprendere l’animo umano perdendo per la Virtus l’occasione di cambiare in direzione dei valori dello sport e dell’umanità che portava in seno l’idea di squadra rappresentata dalle ragazze di Bologna; pertanto l’omicidio di quel progetto è compiuto e da qualche parte esiste una pistola fumante.
Non lo capiranno i tifosi medi che vedono solo risultati e statistiche ma lo sanno gli amici e gli appassionati veri che hanno sofferto con quelle ragazze cantando “Together we rise”.
So che è impossibile che questo avvenga ma se questo post dovesse arrivare al sig. Zanetti, che tanto stimava il mio amico Alberto Bucci, con il quale ho avuto la fortuna di camminare a lungo e di scrivere un libro, vorrei che sapesse che la bellezza di quel team di ragazze e la cultura che avevano come eredità oggi non solo non sarà più uno strumento per la sua Virtus maschile ma non esiste nemmeno più e la cosa mi rammarica profondamente e mi spiace per l’intento del dott. Zanetti stesso che sembrava sincero e profondo.
Non saranno il talento delle straniere a tenere alto quel cuore ma nemmeno gli sforzi immensi ed inutili delle sopravvissute degli anni precedenti che hanno ormai capito che il divertimento, la bellezza e i valori della loro squadra restano un lieto ricordo del passato.
In bocca al lupo quindi a BB7, quell’Elisabetta Tassinari capitano con immenso talento e grande cuore che ci ha provato fino in fondo e so che non mollerà comunque.
Un abbraccio fraterno e amorevole al fenomeno Raelin D’alie, campionessa del mondo ed MVP di basket 3×3 e anima immensa così brutalmente sottovalutata qui a Bologna.
Una carezza alla grande Alessandra Ape Tava, che si è rialzata come una eroina dopo il suo gravissimo infortunio al tendine d’Achille dello scorso anno e che continua a dimostrare il suo talento di giocatrice e il suo cuore di persona.
La mia stima a Simona Simo Cordisco, manager di multinazionale e playmaker dalla velocità impareggiabile che aveva trovato in questo gruppo e questi valori la forza per poter mettere insieme la professione del manager con quella della giocatrice di basket.
Un sorriso a Jomanda Jomi Rosier, con la sua forza silenziosa e intelligente e il coraggio di sfidare eventi e situazioni, continua a dare il meglio in ogni situazione e a tutte le altre ragazze a cui abbiamo voluto così tanto bene e che ci hanno regalato momenti indimenticabili e che hanno continuato ad allenarsi, per “dare una mano” alla squadra e al progetto d’amicizia come Matilde Mezzi Dall’Aglio e Ludovica Lully Storer e lo hanno dovuto fare in silenzio e a loro rischio e pericolo senza nessuno da parte della società Virtus che gli dicesse nemmeno grazie.
Il mio pensiero più amorevole a Fede Nannucci, alla quale questa responsabilità è caduta in testa in quanto dirigente incaricata e cuore dello sport Bolognese che, oltre ad essere una persona fantastica, merita l’augurio di saper far valere la sua carriera incredibile e la sua anima meravigliosa anche in un luogo in cui i valori non sembrano essere esattamente quelli dello sport come lo ha sempre vissuto lei, lo sport quello vero.
Infine buona fortuna al sorprendente Giancarlo Giroldi, grande amico e condottiero con occhio che sa di basket e animo buono che so avrà sempre la forza di portare i valori dello sport bello e partecipato nella sua azione di coach e ce ne fossero di educatori, amici e allenatori come lui: lo sport sarebbe un posto ancora migliore. Giancarlo è un allenatore particolare che predilige il dialogo al dileggio e la relazione al cazziatone. Si è fatto volere bene da tutti ma specialmente da quelle atlete che con lui hanno trasformato la loro idea di basket. Giocatrici passate da NE a cardini della sua vincete idea di gioco e di vita che Giroldi rappresenta e che ha trovato il suo culmine nell’abbraccio delle ragazze di Bologna con le avversarie di Palermo nella finale per la promozione in A1: mazzate in campo e abbracciate nel canto alla fine della partita. Questo è sport e Giroldi ce lo ha dentro… e se lo porta via con il suo esonero. Oltre a lui Carlo Vitali, generoso e silenzioso preparatore atletico che ha deciso di seguire il coach rinunciando a continuare un lavoro che ha sempre fatto con il cuore e che senza il cuore perde di significato, anche a lui e ai tifosi, i “micetti” va il mio ringraziamento per quello che ci hanno regalato in questi anni.
Grazie davvero dal profondo del cuore!!
Fa tristezza, ma è la vita baby.
Evidentemente il soldo e il potere sono più forti di ogni intenzione romantica di pensare che lo sport sia ancora fatto di amicizia, relazioni, sacrificio e sogni da realizzare.
Un ultimo suggerimento a chi investe soldi nello sport per avere un ritorno di immagine: nessuna pubblicità, pure ben fatta, sarà mai in grado di raccontare ciò che le azioni smascherano nei fatti e lo sport è fatto così, ti mette a nudo.
Il mio amico Alberto diceva che la vera competizione è con se stessi, nel migliorare ogni giorno e diventare persone migliori per essere atleti migliori e solo così non si è mai perdenti. Ma lo sport odierno è governato ancora da chi crede che ci sono vincenti e perdenti: chi vince bene e chi perde non vale nulla.
Alberto non la pensava così e diceva che quando batti te stesso non hai mai perso.
La Virtus Basket rosa ha perso con se stessa, con i valori che avrebbe dovuto promuovere e con i sorrisi di solidarietà che l’hanno portata nella massima serie.
Questa scelta assomiglia probabilmente a ciò che Alberto avrebbe definito “rinunciare a se stessi”, ovvero abbandonare progetti di lungo periodo e con l’obiettivo di costruire persone e non solo punti o partite vinte. Competizione e vittorie al posto di valori, persone, cultura e significati che creano eternità.
Ma questa è la scelta, il mio cuore virtussino sanguina e la mia idea di sport soffre ma non vacilla benchè la lezione sia che talvolta il denaro ha più forza dei valori.
Eppure continuerò a pensare che lo sport è competere con se stessi per diventare persone e squadre migliori nelle relazioni, nell’educazione, nella solidarietà, nella competizione sana, nelle emozioni e nel suo epico romanticismo e lascierò il resto agli uomini di marketing o ai responsabili finanziari.
Ebbene si, l’omicidio è compiuto e la squadra è morta… viva la squadra.

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