Quando mi sono sentito dire da un amico manager che avrebbe avuto bisogno di un “manipolo” di soldati per superare il momento difficile, ho subito pensato in modo negativo.

La parola usata mi evocava significati non positivi e addirittura inappropriati ed inopportuni.

L’amico sorridendo mi ha spiegato che il manipolo per lui era una concetto positivo, di aiuto e supporto. Una strategia vincente in una battaglia che aveva regalato all’esercito romano molte vittorie. Il manipolo è la base della coorte, cantata nel nostro inno nazionale e contiene significati di aiuto, coordinamento, supporto e protezione.

Mi è parso un concetto interessante su cui riflettere in questi tempi turbolenti!

Da Wikipedia:

“Durante la seconda guerra sannitica, tra il 321 e il 315 a.C., Roma raddoppiò la leva, passando da due a quattro legioni, divise ognuna in 30 manipoli, cioè reparti di fanteria di ridotte dimensioni, fatti per muoversi in maniera molto dinamica, composti da quattro file: veliteshastatiprincipes e triarii. Nella tattica manipolare la seconda linea (gli Hastati) proteggeva la ritirata dei resti della prima linea (i Velites), la terza aiutava la seconda e così via; l’esercito romano era, quindi, molto più manovrabile degli altri e riusciva a portare anche più di un assalto, a differenza di quello degli avversari. Secondo la tradizione, la tattica manipolare fu introdotta nell’esercito romano da Marco Furio Camillo. Il manipolo rimase l’unità base dell’esercito fino alla seconda guerra punica, prima ancora della riforma di Gaio Mario che crea una nuova unità detta cohors cioè la coorte ovvero l’unione di tre manipoli.”