Succes20120506-091654.jpgse tutto mentre eravamo pronti a partire. Il rumore della cascata alle nostre spalle obbligava la guida ad urlarele ultime istruzioni all’equipaggio. L’acqua polverizzata simile a pioggia contrastava con il cielo azzurro che la sovrastava e creava un ambiente alieno. La muta in neoprene proteggeva le gambe ed il ventre ma i calzari non erano in grado di impedire al fiume di reggelarci i piedi e farci tremare. O forse era la paura. Mi guardai intorno e scoprii che eravamo buffi con i giubbotti di salvataggio e i caschetti gialli in tinta che contrastavano con le giacche d’acqua azzurre. Questo pensiero mi rasserenò un attimo strappandomi un sorriso ma gli occhi intimoriti dei miei compagni di equipaggio, ancora inesperti nella pratica del ratfing, mi riportò alla realtà. Il fiume sotto il gommone ruggiva e ci faceva sobbalzare, e il nostro destino era ancora nelle mani della cima di ormeggio che ci legava al piccolo ed artigianale pontile in legno. Guardai negli occhi la guida che ricambiò condividendo con me il piacere dell’adrenalina e la determinazione che sentivo. Fù in quel momento che guardai il mio compagno di remo e mi resi conto che in lui qualcosa non andava. Era stretto nel suo giubbotto e avevo già notato durante le prove a secco che non era in uno stato di forma fisica perfetta. Lievemente appesantito, ma nemmeno troppo, sbuffava con fatica ad ogni simulazione di remata. Era evidente che aveva dedicato molto tempo alla sua professione trascurando il proprio corpo. Ora era li, a contatto con il fiume, e la teoria era finita. La simulazione anche. Ora si faceva sul serio. Il fiume non ha interruttori: novanta metri cubi di acqua al secondo, una piena impressionante, ci attendeva per sfidarci con impeto, come quegli accadimenti che non ti aspetti e ti travolgono con potenza. Come una crisi. “Tutto bene, sei pronto?” chiesi. Con occhi pieni di sorprendente entusiasmo me lo disse. “Non vedo l’ora di partire…. Il fiume mi chiama…. Non ha mai sentito una eccitazione così…” Le sue parole giungevano a strappi, come una ricezione radiofonica difettosa. Urlava. Delle sue parole mi arrivavano spesso solo le finali. Ma quello che mi colpiva erano i suoi occhi.Gli occhi di un bambino, eccitati e felici. Pensai che era la sua incoscienza a parlare, non lui. Gli sorrisi felice e tremante: avevo bisogno del movimento fisico per riscaldarmi. Guardai il fiume. Era invitante e spaventoso. Ruggiva. Guardai nuovamente alla mia destra e di nuovo questa sensazione. Sembrava triste. Gli occhi guardavano oltre la prima rapida, quella che portava il fiume fuori dallo sguardo. “Ci sei!!!???” urlai. Si girò e fu solo in quel momento che me lo disse. “Come???!” la mia voce roca cercava di fermare la cascata alle nostre spalle. Mentre me lo ripeteva, senza alzare nemmeno di un decibel la sua voce sconfortata, giurai di non aver capito. Da quel momento in poi, il mondo sembrò una foto color seppia. Solo lui era a colori e mi resi conto che il brivido che sentivo veniva da dentro, non era l’acqua fredda del fiume Nera a causarlo. Quel suo pensiero incise un segno nelle mie emozioni rovistandomi dentro. “Mi prendi in giro?”. Con un sorriso mi disse con voce bassa e sorridente: “ora andiamo… ne parliamo a valle..” Umberto sciolse la cima di ormeggio e il fiume ci inghiottì….

Continua…