Ciao Coach,

Sono davvero felice della vittoria di ieri sera e orgoglioso di fare parte di questo gruppo. Ti sono grato di avermi accolto e avermi fatto crescere in questi due anni. Sto ritrovando il piacere di giocare e di lavorare duro per migliorare.

Ho deciso di scrivere alcune righe per dare il mio modesto contributo da una prospettiva meno cestistica e più vicina alla mia professione di formatore e Mental coach, oltre a quelli veramente esigui che posso dare in campo come atleta.

È stato ed è estremamente interessante stare al tuo fianco come secondo e osservare le dinamiche che si vengono a creare con la squadra e il modo in cui affronti i vari momenti della partita.

Parto col dirti che invidio la tua lucida visione di gioco e la tua capacità di cogliere alcuni elementi che sembrano dettagli che in realtà fanno la differenza dal punto di vista tecnico/tattico.

La parte sulla quale vorrei spendere una parola in più è il modo in cui utilizzi la comunicazione con i miei compagni e, quando sono in campo vestito con le braghe corte, anche con me.

Il punto centrale è che vivi con grande intensità le emozioni del match quasi come a essere in campo con noi.

Talvolta, come ieri sera, nello spogliatoio hai dichiarato “io non ho mai giocato ma…“ e questo è percepito dai miei compagni come una sottile distanza tra te a loro.

Il problema non è il fatto che tu veda il gioco in modo molto più lucido di chi è in campo, perché è così, il problema è comprendere cosa succede nella testa e nella pancia dei giocatori quando commettono un errore o quando si trovano in difficoltà.

Voglio semplificare per non sembrare saccente o troppo tecnico ma quello che succede nella testa nella pancia di un giocatore è un enorme ronzio di voci nella testa e un garbuglio di emozioni nella pancia.

Il compito di un coach è zittire il ronzio e trovare il bandolo di quelli garbuglio di emozioni.

Per fare questo, le neuroscienze ci insegnano che ci sono solo due modi.

Il primo è orientare i pensieri verso una direzione positiva e che crei immagini chiare nella mente del giocatore.

Mi spiego meglio: se a un giocatore che è in difficoltà dici che cosa ha sbagliato continuerà a concentrarsi sull’errore senza trovare la soluzione ai suoi problemi.

Quando un giocatore è in difficoltà o a commesso un errore ha bisogno di sapere cosa deve fare, non cosa deve smettere di sbagliare.

In questo caso ciò che deve fare, nella confusione di una gara e nella difficoltà di gestire il corpo, il pubblico, i compagni e tutto il resto deve essere semplice diretto e immediato; ovvero poche istruzioni chiare e significative.

Questo aiuta moltissimo a zittire il ronzio e gestire la propria mente.

Secondo aspetto da curare per aiutare un giocatore a gestire i propri pensieri è quello di trovare conforto in ciò che vede o ciò che sente intorno a lui quando commette un errore.

Anche questo richiede un piccolo approfondimento: se quando commette un errore, trova intorno a lui persone, specie quelle importanti come il coach, che sbraitano o si dimenano nel deprecare ciò che è successo, l’atleta aumenta progressivamente la propria difficoltà nella gestione delle emozioni.

La pallacanestro è uno sport situazionale quindi l’eventuale contestazione di un coach dovrebbe essere sulla scelta e non sul risultato della stessa scelta.

Dico diversamente: se ho preso un buon tiro e va fuori il coach dovrebbe supportare e incoraggiare. Se la scelta è sbagliata il coach deve riprendere l’atleta in modo da orientare i pensieri, ovvero dicendo cosa devo fare di diverso da dalla scelta effettuata.

Per finire due parole sul garbuglio di emozioni nella pancia quando qualcosa va storto…

Quando si provano emozioni spiacevoli la nostra chimica del corpo cambia e l’unico modo per ritrovare lucidità è fare in modo che ci sia adrenalina, serotonina o dopamina. Se si vuole scuotere una squadra gli si può anche urlare in faccia per dire che devono dare di più, sputare il sangue, correre come dei forsennati e strapparsi la pelle di dosso e questo è positivo: crea adrenalina.

Non aiuta, se non in taluni casi molto personali e particolari, utilizzare la cosiddetta “reazione polare“, ovvero provocare con commenti negativi sulle capacità per ottenere una reazione di orgoglio (funzionava quando Dado Lombardi irretiva Pierino Montecchi perché sapeva che quell’atleta era orgoglioso come un gatto rosso! Purtroppo mediamente non funziona).

La reazione polare infatti ha effetto raramente e sono con talune psicologie, altre hanno bisogno di trovare spinta, determinazione e conforto generati dall’adrenalina del sentire il momento forte, importante e pregnante.

Urlare che si può fare di più, che si può vincere a costo di sputare per terra i polmoni, di sentirsi orgogliosi e fare leva sulla tribù, sulla responsabilità, sulla bandiera o sugli sforzi fatti è un buon modo per stimolare le persone.

Questo non significa che i giocatori non vanno ripresi e talvolta strigliati, è solo la scelta del momento che deve essere diverso da quello concitato di una gara; riprendere con forza un giocatore può essere utile per generare un miglioramento di tipo prolungato e non un contributo istantaneo che difficilmente arriva.

Ci sarebbe tanto di più da dire ma l’intenzione di questa mia breve lettera è di aiutare e non di essere pesante; lo faccio con affetto, con trasporto e perché mi sento parte del gruppo, lo faccio direttamente con te per il rispetto e la stima che ho di te come coach e l’affetto che mi lega a te come persona.

Sono chiaramente a tua disposizione in ogni momento nel caso in cui tu desideri approfondire qualcuno di questi concetti e chiaramente rimango a disposizione come atleta come giocatore grato di quanto mi hai dato in questi due anni nel farmi crescere e ritrovare il gusto di giocare a basket.

Con profonda stima ed enorme affetto