Continua da: Negli occhi del fiume …

La prima parte della discesa la affrontammo con la difficoltà della timidezza e dell’incoscienza. La guida spesso ci fermava per richiederci maggior determinazione, coordinamento e potenza. Il ronzio generato da quella frase continuava nella mia testa e sentivo forte il desiderio di capirne il senso profondo. Lui remava. Con tutta la forza che aveva e tutta la presenza di cui era capace. Faticava e sorrideva. Ogni tanto capivo che la sua emozione si trasformava e gli permetteva prestazioni migliori delle sue stesse aspettative. Era il capo. L’azienda che ci aveva commissionato quel corso era amministrata da lui e i manager sui tre raft erano i suoi manager. Capivo che la sua prestazione andava oltre le richieste del nostro timoniere. Era una sfida con se stesso ed una sorta di necessità di essere modello per gli altri. Il suo sorriso triste alla partenza era la sua foto segnaletica. Quella immagine si era impressa nella mia mente e fissata nella mia mappa del mondo sostituendo l’espressione determinata e sorniona che aveva usato al mattino presentandosi. Era un leader naturale. Forte intellettualmente, tecnicamente ed emotivamente. Quella mia consapevolezza continuava a cozzare con quello che avevo visto e sentito al pontile pochi minuti prima. Ero ancora immerso in quei pensieri quando la distrazione mi fu fatale. L’urlo di Umberto arrivò alla mia testa troppo tardi e in un secondo sentii la sferza dell’acqua gelata mentre venivo lanciato verso valle. Il gommone era diventato improvvisamente un cavallo imbizzarrito e io ed i miei colleghi sul tubolare destro eravamo cowboy troppo sopiti per evitare la sgroppata. In un attimo mi trovai in acqua. La forza della rapida che mi catturò mi spinse con una potente mano invisibile sotto il gommone. In quella posizione la spinta verso l’alto generata dal safety jacket contrastava con il fondo autosvuotante del raft sulla mia testa che mi tratteneva sotto il pelo dell’acqua. Ero in trappola. Io e la barca correvamo insieme verso valle ma purtroppo io ero sotto, senza possibilità di respirare. Passarono alcuni interminabili secondi nei quali i pensieri urlavano il bisogno di aria fino alla silenziosa rassegnazione che tutto esplose nella mia mente rendendo le percezioni sempre più sopite. Uno scrollone improvviso, una botta forte alla gamba su una roccia e una strana capriola mi fece sentire come lanciato verso l’alto da una fionda.  Mi trovai ad uscire dall’acqua riempiendo i polmoni con fame e sentii il suo urlo sbranare il fiume e risvegliarmi può fare uno schiaffo alla cieca. Allungai una mano e trovai la sua presa forte che quasi mi stritolò l’avambraccio. Poi, quella stessa mano, eseguì con diligenza la manovra di salvataggio salpandomi a bordo con velocità sorprendente e una abilità che non si attribuirebbe a un novizio della disciplina. Mentre ritrovai la posizione a bordo, ultimo recuperato dell’equipaggio e ancora intento a ritrovare il  respiro e il suo ritmo, Umberto mi ficcò in mano il remo urlando il comando “AVANTI!”. Cercai di farlo mentre notai al mio fianco che anche lui sbuffava ed era paonazzo. Mi guardò. Gli guardai gli occhi. No. Gli guardai dentro agli occhi. Trovai in lui forza e determinazione, poi fatica, infine timore. Finalmente arrivammo in un luogo tranquillo, nei posti che gli esperti del fiume chiamano “acqua morta”. Ci riposammo e riprendemmo coscienza mentre la guida ci aiutava a ritrovare ritmo, consapevolezza e determinazione. Davanti a noi il tratto del fiume più appassionante e sfidante. Tre salti per un totale di otto metri di dislivello in acqua bianca e veloce. Rapide impegnative e ruvide. Dopo quel breve briefing fummo noi a dover partire, primi dei tre gommoni. Proprio noi, appena risaliti dall’acqua, ancora infreddoliti e intimiditi. Quello era il nostro salto. Non era più solo fisico, era una sfida con le nostre emozioni, con la nostra capacità di decidere. Poi, dopo aver cercato i nostri occhi, la guida urlò il comando. Spingemmo sui remi. Era quello il momento… Affrontammo i tre salti con incredibile determinazione mettendo ogni energia fisica e mentale nello sforzo. Alla fine di quel passaggio, fermandoci ad aspettare gli altri, ci accorgemmo di aver in pochi metri vissuto tre vite. La paura derivante dallo sbalzo, la rinascita della forza ritrovata ed il salto nell’ignoto della nuova avventura. Lui era rinvigorito ed appariva rinfrancato. La restante parte della discesa fu un divertimento ed un piacere. La forza del fiume era ridimensionata; oppure noi eravamo cresciuti. Forse entrambe le cose erano vere. Arrivati alla base ci divertimmo a saltare nel fiume utilizzando come trampolino i tubolari dei gommoni salpati sulla banchina. Anche lui saltava. Faceva capriole cadendo in acqua in modo scomposta. Non riuscivo a credere che era davvero a persona che mi aveva urlato quella frase solo un po di tempo prima, alla partenza. Quando tornò sul potile era letteralmente distrutto. Felice, ma distrutto. Riponemmo i gommoni dopo una breve salita e finalmente la doccia calda, dopo esserci tolti le mute e le giacche d’acqua, ci riportò alla realtà. I minuti concessi per la pausa erano corroboranti e molti stavano approfittando del sole per scaldarsi un po e godersi la gioia del momento. Mi avvicinai a lui e commentammo la discesa. Lo ringraziai per avermi aiutato nella difficoltà. “Avresti fatto uguale” mi disse ed aveva ragione. Io però mi ero avvicinato per capire. “Perché mi hai detto quella cosa in partenza” chiesi. Guardandomi negli occhi e cambiando l’espressione paciosa che aveva un attimo prima me lo disse nuovamente. “Non voglio più essere schiavo di questo corpo. Ho mille idee, mille sfide da vincere, mille avventure da affrontare. Io voglio poterlo fare. La mia mente mi stimola. Io ho dieci kili di troppo e non riesco a vivere pienamente quello che vorrei”. Io ci provai ad ammorbidire: “non mi sembra. Ti ho visto con un gran vigore in barca. Se non fosse stato così me la sarei vista davvero brutta. Al contrario tu eri li e mi hai aiutato! Anzi, meno male che sei in forma!”. Sorridendo lui proseguì. “Non è così e lo sai. Io ho il compito di fare crescere le mie persone, la mia azienda. I miei manager mi stimano e mi apprezzano, almeno io credo sia così. Ma tutto questo non è sufficiente. Io voglio vivere liberamente la mia vita, sentirmi in forma come qualche anno fa. Voglio l’energia che la mia pigrizia mi ha tolto. L’esperienza di oggi mi ha toccato. Da domani… anzi, no, da oggi cambia tutto e io voglio nuovamente la mia libertà. Non voglio più essere schiavo di me stesso, delle mie abitudini e delle mie piccole debolezze. Cibo sano e movimento… da subito!” Mentre lui finiva quella fase, il mio collega ci chiamò per il debriefing della missione. Poco dopo, il corso si chiuse con una grande soddisfazione di tutti. Rientrando a casa pensai molto alla sua frase e capii solo dopo quello che mi voleva dire e quello che raccontava a se stesso. Un leader sa che ha bisogno di energia. La sua mente è viva e libera, i pensieri si spingono nel futuro a nuove avventure e a vincere nuove sfide. Un leader ha bisogno di risorse, prima di tutto personali per poter sentirsi in armonia. Quello mi stava dicendo. l schiavitù della quale mi parlava erano le sue abitudini che lo avevano costretto in un corpo che non gli dava abbastanza risposte in relazione al vigore della sua mente. quelle considerazioni mi ispirarono. Anche io ero sovrappeso e me ne accorsi nell’acqua, sotto a quel gommone, quando ero senza fiato. Da quel giorno mi sono dedicato a rendere il mio corpo più adeguato alla mia mente. Ho perso 15 kili e mi alleno tutti i giorni. Oggi mi sento più libero e lo devo a lui e quell’esperienza insieme. Per essere leader con gli altri bisogna infatti imparare a distinguere la differenza tra il comodo e l’utile, ma questo è un discorso che affronteremo in seguito.

Lo rividi dopo quasi un anno, in occasione di un altro corso, dimagrito e rinvigorito. Era proprio in forma. Mi disse: “mannaggia! quanti kili hai perso? Che ti è successo, sembra tu debba correre una maratona. Sei proprio in forma!!!”. “Si,” replicai, “ma anche tu non scherzi niente. Tutta colpa del salto! E tu?”. Sorridendomi annuì: “io benissimo, l’azienda sempre meli e l’entusiasmo mio sempre alto… Tutta colpa del salto!”. Si girò mettendosi in spalla lo zaino e contemporaneamente chiamando i suoi manager. La montagna davanti a noi era carica di neve e l’avventura del K2 Challenge, che simulava la prima missione sul famoso ottomila, stava per iniziare. Mi guardo e disse: “Andiamo. C’è un altro salto da fare insieme.”