Storie, idee e avventure

Gioire delle disgrazie dei propri fratelli (la Juve docet)

Gioire delle disgrazie dei propri fratelli (la Juve docet)

Oggi non riesco a frequentare i social media! e per capire come mai è sufficiente guardare il calendario.

Oggi è il 12 aprile 2018 e ieri sera la vecchia signora del calcio italiano (la Juventus) è stata buttata fuori dalla Champions League dal Real Madrid di Cristiano Ronaldo grazie ad una decisione a dir poco dubbia dell’arbitro e questo ha scatenato, oltre al dolore dei tifosi della Juventus, anche lo scherno e gli sfottò (forse anche il piacere) dei loro opponenti.

Io non appartengo a nessuna delle due fazioni, anzi, per la verità non seguo il calcio, non mi interessa molto.

Ma il fenomeno del “tifo contro” mi attrae e mi incuriosisce. Come mai non si sia così in grado di empatizzare con una squadra italiana che si confronta con un avversario in europa, una squadra spagnola. So bene che leggendo queste righe ognuno ha delle buone motivazioni per cui amare o odiare la Juve e tifare a favore o godere per la sconfitta!

Non sono interessato a questi motivi, a queste argomentazioni o abitudini; a me interessa capire come mai un episodio come questo è in grado di scatenare così tante, diversificate e potenti emozioni? A me interessa capire come si creano in modo automatico nella nostra mente i gruppi del “noi” e del “loro“.

Anche io, a modo mio, lascio che la competizione muova le mie emozioni benché mi trovi a preferire altri sport nei quali manifestare la carenza di intelligenza sociale, ovvero della mia incapacità di entrare in empatia con persone che in qualche modo fanno parte del mio gruppo sociale e che non riesco più a riconoscere come tali.

Nascono quindi emozioni piacevoli quando una persona che fa parte del mio gruppo allargato ha una disgrazia: riprovevole!!!

Intanto che nome ha questa emozione? Consultando “l’atlante delle emozioni umane” di Tiffany Watt Smith ho scoperto che esiste una definizione, un nome, specifico: Schadenfreude.

 

Vi riporto la definizione dell’atlante: [Quel brivido di gioia inattesa che proviamo quando veniamo a sapere della sciagura che ha colpito qualcun altro è un piacere deliziosamente clandestino. Certo, abbiamo cura di sfoggiare la nostra migliore faccia triste quando un nostro amico o la nostra amica più attraente viene piantato/a. Ma dietro il nostro commiserare c’è un piccolo palpito di eccitazione, che ci fa brillare gli occhi, sollevare gli angoli della bocca. Gli antichi greci ammettevano di poter provare una fitta di piacere nel sentire che gli altri stavano soffrendo, e chiamavano quella sensazione epichairekakia (letteralmente: rallegrarsi del male); i romani la chiamavano malevolentia, da cui deriva il nostro “malevolenza”. Oggi, però, la parola utilizzata più di frequente è Schadenfreude – dal tedesco Schaden (danno) e ^reuìe (piacere). Parliamo di Schadenfreude per indicare il godimento illecito della sfortuna altrui, in contrapposizione a sentimenti più diretti come il disprezzo o il compiacimento.]

Ma se questa emozione si attiva la domanda è: per quale meccanismo della nostra mente lo fa?

Il fenomeno è spiegato dalla cosiddetta  “sindrome E“, teorizzata  dagli studi del neurochirurgo Itzhak Fried.

Questa sindrome spiega il motivo per il quale riusciamo ad odiare improvvisamente persone con le quali fino ad un istante prima abbiamo preso un caffè o passato tempo di qualità assieme.

Vi riporto un estratto dal meraviglioso libro “Il tuo cervello, la tua storia” di David Eagleman, un brillante neuroscienziato che riesce a raccontare in modo facile questo meccanismo naturale e profondo della nostra mente.

“LA SINDROME E” 

Com’è possibile che l’indebolimento della reazione emotiva c’onsentaa un individuo di far del male a un’altra persona? 

Il neurochirurgo Itzhak Fried fa notare che, osservando azioni violente in giro per il mondo, potete individuare ovunque lo stesso tipo di comportamento. È come se le persone si scostassero’ dalla loro normale funzione cerebrale per agire in maniera specifica. Proprio come un medico per diagnosticareta potmonite controlla i sintomi della tosse e della febbre, così Fried ipotizzò che si possano cercare, e identificare, particolari comportamenti che caratterizzano gli autori di atti violenti, e li battezzò « Sindrome E ». Nel quadro teorico di Fried, la sindrome E è caratterizzata dall’indebolimento della reattivita emotiva, il che permette di compiere ripetuti atti di violenza: include altresì uno stato di sovreccitazione, in tedesco Rausch (ebbrezza, sbornia), un senso di esaltazione provocata dagli atti stessi. È un contagio di gruppo: tutti lo fanno e fatto si diffonde e prende piede. Esiste una categorizzazione che permette a un individuo di prendersi cura della sua famiglia, mentre commette violenza contro la famiglia di un’altra persona. 

Dal punto di vista neuroscientifico, il dato importante è che le altre funzioni cerebrali, quali il linguaggio, la memoria e la soluzione dei problemi, restano intatte. Se ne ricava che non si tratta di un cambiamento che coinvolge tutto il cervello, ma si limita alle aree preposte alle emozioni e all’empatia. È come se avvenisse un cortocìrcuìto: quelle aree cerebrali non partecipano più alle decisioni. Le scelte del colpevole sono invece alimentate dalle parti del cervello che sovrintendono la logica, la memoria e il ragionamento e così via, ma non coinvolgono le reti emozionali, che spingono a considerare come si stia nei panni altrui. Secondo Fried, ciò equivale a disimpegno morale. Le persone non usano più i sistemi emotivi che in circostanze normali guidano le loro decisioni sociali.”

E’ fondamentale capire questo meccanismo perverso e combatterlo per evolvere come individui e appartenenti ad una società evoluta.

Imparare ad entrare in contatto con gli altri, non solo dal punto di vista razionale ma anche epatico è l’unico modo per riuscire a risolvere problemi complessi in un mondo sempre più complicato e la soluzione NON è lasciare che il gruppo degli “altri” diventi il pretesto per odiare senza risolvere.

Noi e loro sono pronomi ancora troppo presenti nei dialoghi nelle aziende, nelle squadre e nei gruppi sociali che avrebbero ottimi motivi per usare solo il pronome “noi” evitando di creare fratture ed utilizzando l’intero potenziale del gruppo  piuttosto che lasciarsi guidare da meccanismi arcaici e poco evoluti.

La difficoltà è evidente ma lo sforzo paga in modo enorme: il ritorno dell’investimento emotivo del capire che la creazione di un aggregato forte che ci protegga è enormemente più utile e funzionale degli individualismi non è più solo utile ma necessario.

L’intelligenza emotiva ci aiuta in questo, in special modo nelle competenze relative al “comprendere le emozioni” ed “utilizzare l’empatia“, e ci permette di crescere imparando nuove competenze emotive e sociali e sviluppare la nostra attitudine a una migliore interazione con gli altri permettendoci di realizzare obiettivi enormi che da soli nemmeno potremmo sognare.

 

 

Se desideri approfondire come fare visita il sito WAVE coaching

 

La scienza del vincere

La scienza del vincere

Perché non abbiamo vinto?

Questa domanda è la prima che ci si pone quando, dopo una delusione sportiva, le emozioni ci sommergono schiacciandoci il buco profondo della rabbia e del senso di giustizia.

Emozioni spiacevoli, recriminazioni, colpevolizzazioni, giustificazioni… rabbia.

L’analisi dei motivi per cui il successo arriva o meno sono sempre molto facili a posteriori.

Prima di ogni gara importante la speranza e l’entusiasmo, la passione e la sofferenza che hanno creato la possibilità di arrivare fin lì annegano nelle emozioni la lucidità di comprendere quali sono gli elementi che sono stati trascurati.

Sempre troppo facile dire come si sarebbe dovuto fare per vincere una volta che non ci sei riuscito.

Purtroppo la capacità di vincere è una scienza. Mettere insieme ciò che serve per costruire risultati eccellenti fa parte di un progetto preciso, di una strategia determinata e dell’applicazione pedissequa di ogni elemento considerato necessario alla vittoria stessa.

Dough Beal, Mitico allenatore della nazionale di volley americana, amava dire che “allenare e scienza e arte“!

L’arte e nella capacità di cogliere ogni opportunità che la situazione che stai vivendo ti offre e questo è proprio dei grandi campioni e dei talenti puri.

Ma la scienza di vincere è scienza.

È la capacità di curare ogni singolo dettaglio fino al più inverosimile e incredibile. Sta nella capacità di non lasciare al caso nessun elemento fisico, tecnico, tattico, strategico, ambientale, politico, biologico, mentale…

Chi fa della vittoria una scienza mette ogni singola energia nell’analisi maniacale di ogni minuscolo dettaglio ben sapendo che potrebbe anche non essere sufficiente.

Ed ecco che i campioni e le squadre vincenti, una volta che non ottengono risultato pur avendo curato ogni singolo dettaglio, ricominciano a cercare le cose che fanno la differenza senza dimenticare quelle di cui già dispongo.

Ogni volta che si subisce una sconfitta bisognerebbe chiedersi, dopo che le emozioni spiacevoli se ne sono andate, ho davvero fatto tutto ciò che serviva per vincere?

Purtroppo, spesso, la risposta è no. Lo sport è violento ma giusto. I grandi team e i grandi campioni sanno che la sfida è lottare contro le avversità degli avversari, delle situazioni, degli infortuni, dell’ingiustizia, della fatica e talvolta anche del fato e del destino.

Ma se si trascurano elementi allora c’è una sola certezza. Non è possibile uscire a vincere e a sostenere nel tempo la capacità di farlo se non curando ogni singolo dettaglio. Oltre a questo, capita anche di fare tutto ciò che serve ed essere vinti ugualmente e in quel caso la vera tempra del campione esce nel rendersi conto che si è fatto tutto ciò che serviva e è arrivato il momento di fare ancora di più, di curare ancora di più le cose, creare contesti ancora più favorevoli per la vittoria.

Vincere è scienza, come pure perdere.

Non c’è niente di peggio di avere la maledizione di vincere quando non si curano i dettagli. In quel modo si diventa convinti di essere benedetti da Dio e di essere in qualche modo eletti o predestinati alla vittoria. Nulla di più falso. Nessuna maledizione più violenta di questa.

Per vincere ci vuole una scienza sofisticata e applicate in modo maniacale da campioni in grado di trasformarsi in artisti capaci di cogliere le grandi opportunità che il metodo e la preparazione creano.

La magia della squadra

La magia della squadra

È davvero un peccato che chi ama lo sport e chi ama il basket non abbia la possibilità di vivere la magia che la progresso basket femminile di Bologna sta regalando a coloro che con grande passione amore la seguono e ne vivono le gesta.

Quello che sta avvenendo è in effetti una straordinaria magia è una storia da raccontare.

È la storia di come si costruisce una squadra indipendentemente da quali siano gli obiettivi che si vogliono realizzare. Gli stessi elementi che se messi in campo renderebbero straordinario un gruppo di lavoro, un’azienda, un equipaggio di una nave o qualsiasi altro aggregato di persone.

Partiamo dall’inizio…

Le ragazze della progresso basket Le atlete di Bologna non hanno potuto vivere il sogno che si erano conquistati sul campo lo scorso anno di militare nella massima serie italiana di pallacanestro, ma questo è storia.

L’anno in corso appariva in salita e per avere perso e alcune giocatrici fondamentali del quintetto base capace di vincere lo scorso campionato.

L’arrivo di un nuovo coach e la necessità di portare avanti una storia di successo complicavano ulteriormente le cose. Le aspettative erano alte e l’incertezza altrettanto: a fare i conti con la bilancia i valori in campo erano davvero diversi da quelli della precedente stagione.

Eppure molti sapevamo che le ragazze avevano un gran carattere e una grande tempra ma viste le premesse un buon campionato da metà classifica sarebbe stato più che sufficiente.

Purtroppo la magia è magia e questo è solo l’inizio della storia.

Mentre scrivo queste righe le ragazze della Progresso hanno appena vinto la semifinale della coppa Italia di A2 e si apprestano a giocare nella giornata di domani la loro finale.

La loro maglietta tradizionale dell’anno, che riportava l’esortazione “defend the land” si era da poco trasformata in” defend the bee”, in onore della loro fortissima compagna da poco infortunatasi e che aveva ulteriormente creato difficoltà nel quintetto e. Quando a metà stagione perdi una compagna super talentosa, forte fisicamente e capace di creare un collante incredibile nello spogliatoio le cose si complicano ancora di più. Ma la magia è magia, come si sa. Questo infortunio e questa difficoltà non hanno fatto altro che prendere il loro ingrediente misterioso e renderlo ancora più grande, potente e permeante.

Durante la stagione, infatti, i punti macinati erano talmente tanti da fare immaginare che quella media da 70 80 punti ogni gara che facevano assomigliasse di +1 risultato americano che ha una italiano.

L’intensità, la forza difensiva, la determinazione in attacco ma specialmente il fatto che i punti erano distribuiti nelle mani di tutte le atlete le hanno rese davvero difficili da contenere per chiunque.

Talune volte, mentre le guardavo lottare sul campo, mi veniva da pensare che se a Sparta si fosse giocato a pallacanestro si sarebbe giocato così

Ora le ragazze di Bologna, non solo stanno per giocarsi le loro finale di coppa Italia così ambita ma sono anche al vertice della classifica della loro categoria e se la giocano, un’altra volta, per la promozione. Ma anche tutto questo non è particolarmente sorprendente se non fosse nel modo in cui tutto questo è costruito.

Tutto questo è costruito attraverso una magia che non puoi trovare nella competenza strepitosa che le ragazze hanno nel giocare alla pallacanestro. Tutto questo non deriva solo dal talento che in ognuna di loro è diverso ma che ritrovi presente ed in modo chiaro in tutte, anche se per tutte ha manifestazioni diverse. Quello che le ragazze di Bologna hanno più di chiunque altro è la capacità di essere per davvero una squadra. Mi riferisco al fatto che quelle atlete hanno una incredibile capacità di gestire l’errore e portarlo spalla in 12, quando avviene, senza sentirne il peso; hanno la capacità di vivere il talento di ognuna di loro con la gioia della contribuzione che questo dà alla costruzione del risultato e senza alcuna invidia personale; hanno la capacità di guardarsi negli occhi e soffrire buttandosi per terra sapendo che nessuna di loro si tirerebbe indietro in nessuna condizione; hanno la certezza che loro coach è arrivato restituendo a coloro che ne avevano bisogno la fiducia nei propri mezzi e la certezza di essere parte di qualcosa di più grande e la sicurezza di avere qualcuno sempre disposto a correggerti aiutarti e incitarti senza mai puntarti il dito addosso.

Hanno la gioia e la passione di uno staff tecnico costruito sulla base della voglia di creare qualcosa che si possa ricordare e non per pura professione. Hanno la dedizione e l’amicizia e il supporto del loro tifo come non si vede nessun palazzetto di Italia.

La capacità di emozionarsi ed emozionare in direzione del risultato collettivo e non nella ricerca edonistica della propria gratificazione personale rende queste atlete magiche e questa squadra una storia da raccontare per molti anni.

È un peccato che voi non possiate vederle per capire quanto c’è in queste 12 ragazze e del loro coach nell’affrontare squadre più forti, blasonate, preparate, strutturate, coccolate e sicuramente meglio pagate.

È un peccato che voi non possiate guardarle negli occhi quando le loro paure soggettive diventano con n magia la loro forza collettiva. È un peccato per chiunque non ne abbia la possibilità perdere l’occasione di capire che lo sport non è una palla che va di qua e la nel campo ma lo spirito comune che lega le anime di alcune persone in modo indelebile e duraturo.

È un peccato perché in tutto questo c’è la massima espressione dello sport e c’è la grandezza di ciò che significa trasformare la passione in risultato.

Le ragazze del basket di Bologna sono un esempio e una lezione per tutti coloro che vogliono trasformare alcune persone in un esercito capace di sconfiggere qualsiasi avversario; anche gli infortuni, anche gli stenti, anche le sofferenze, anche le paure e più di tutti anche l’incertezza della partita che arriverà con l’unica certezza che verrà affrontata da una squadra vera e solida come il marmo e che quando una squadra così nessun avversario può scendere in campo pensando che sarà una passeggiata.

Ma si sa… La magia è magia!

La differenza tra gruppo e squadra

La differenza tra gruppo e squadra

La differenza tra gruppo e squadra è meno scontata di quando non sembri. Tanto è stato detto sulla differenza tra essere un gruppo ed essere una squadra. Storico ormai è l’intervento di Julio Velasco che ben specifica quali sono le differenza tra i due aggregati ricordandoci che il gruppo può anche tirare dalla stessa parte come in un tiro alla fune ma una squadra è qualcosa di diverso, più complesso, più sofisticato e più potente; è un aggregato di persone con competenze diverse che condividono lo stesso obiettivo e nella quale ci sono ruoli specifici. La squadra contiene differenze tra le persone che si integrano per creare un solo insieme e spesso questo lavoro di integrazione è nelle mani e nella responsabilità del coach, che ha come obiettivo non solo quello di migliorare le competenze di ogni singolo giocatore e orientare gli sforzi di tutti nella stessa direzione, ma anche quello di trovare il collante per aggregare e amalgamare queste peculiarità. Una squadra è una cosa sola, un agglomerato unico. Si vince insieme, si perde insieme, ci si muove insieme, si gioisce insieme e si soffre insieme.. Un gruppo di amici non è una squadra. Una scolaresca non è una squadra. Anche se lo scopo comune è l’apprendimento, un viaggio o il divertimento, un gruppo non è una squadra. Ogni membro della squadra ha il suo obiettivo ma il veicolo, il mezzo per realizzarlo è la squadra. Se qualcuno ha difficoltà, tutti hanno difficoltà.

In questo contesto il coach è un positivizzatore, riesce a creare auspici e generare visioni e prospettive. Crea speranze e orienta le aspettative; coltiva il talento e migliora le competenze. Parla, dialoga, comuinca, crea forme di pensiero e le amalgama per creare cose che non esisterebbero senza la sua presenza. Una squadra non esiste senza un coach. E’ un ruolo fondamentale e ineluttabile. Quando una squadra vince senza un coach i casi sono due: o non è una squadra o il coach è vissuto come un’interferenza.

La squadra può avere molti leader, in fin dei conti è un aggregato sociale e noi esseri umani siamo animali sociali, e ogni aggregato sociale prevede uno o più leder.

La leadership nella squadra non è nel coach, nel proprietario o in qualche presidente o dirigente. La leadership è nella squadra, nello spogliatoio; la leadership è consegnata nelle mani del capitano. Il proprietario (o il presidente in sua rappresentanza) crea il progetto, il coach prende le decisioni tecniche e tattiche e il capitano aggrega le persone, difende le istanze, si interfaccia con il coach.

Il capitano di una squadra è la voce del team perchè il team ha una voce sola.

Fantasia. Utopia. Teoria.

Solo le grandi squadre che ho incontrato funzionano così. Solo le grandi squadre lavorano per un progetto. Sono vincenti nel tempo perchè hanno mete grandi e progetti solidi. Passano attraverso le persone che rimangono e ne cementano i presupposti. Sono costruzioni di cemento armato e non di fango e paglia. Il cemento armato delle emozioni e dei sogni di chi ne fa parte.

Ma ho anche incontrato, nella mia esperienza, una enorme quantità di altre “squadre” mediocri e le ho viste traccheggiare e faticare. Talvolta ho visto gruppi con la maledizione di primeggiare e con fortuna vincere per effetto di eventi inspiegabili e irripetibili. Gruppi che non hanno mai capito cosa significa costruire sulle competenza e sul talento ma che hanno solo fatto leva sull’opportunità e il caso.

La maledizione di vincere senza un progetto di lungo periodo, che mette al centro le persone e la loro forza, la loro energia, le differenze e le peculiarità è un peso difficile da sopportare e da gestire.

Come sostiene Arthur Block, in arte Murphy (quello della famosa “legge di Murphy”),  “una pianificazione attenta non può mai sostituire una bella botta di culo”.

Ecco, la fortuna aiuta di certo ma le grandi imprese si basano su altri presupposti.

Un mio maestro mi ha insegnato che le persone non lasciano le aziende o le imprese, lasciano i capi e il modo in cui gestiscono progetti e imprese stesse.

I grandi progetti sono guidati dalle intenzioni e dalle motivazioni e costruite con i soldi necessari a realizzarli, non viceversa. I budget non sono i punti di partenza e nemmeno punti di arrivo, sono solo un mezzo.

Le grandi aziende partono con una idea e un progetto e se questo è buono le risorse, i soldi, si trovano. Quando si parte dalle risorse per creare un progetto non si capisce come funzionano le grandi imprese e ancora peggio quando il progetto è quello di trovare i soldi non si capisce che i soldi corrono in cerca di valore e di energie capaci di creare altri soldi in un meccanismo virtuoso.

Nessun grande progetto è partito dai soldi, ma da idee capaci di convincere finanziatori e sostenitori che alla fine ne sarebbe valsa la pena; ne vale la pena solo quando ci sono persone e storie da raccontare che lasciano qualcosa in più a chi le vive e a chi ne è colpito e impattato.

“Una visione senza un piano è un sogno, un piano senza una visione è un incubo”.

Un progetto e una visione nelle mani dichi le sa raccontare per renderle piene di significato, un gruppo di persone guidate da leader che ci credono e fanno parte della squadra attraverso un capitano coraggioso e capace di proteggere il gruppo, un coach che sa decidere e sa far migliorare le persone che ne fanno parte per creare ciò che manca come competenza e sa utilizzare il talento con saggezza ed equilibrio… ecco se esiste tutto questo i soldi non sono MAI un problema. Solo in questo caso la visione e il piano creano la magia di storie che durano e generano valore e significato.

Ma purtroppo, troppo spesso, questa rimane solo utopia nelle menti piccole di chi ha dimenticato cosa è vivere la vita con entusiasmo e romanticismo.

vita, successi e pensieri di Alberto Bucci

vita, successi e pensieri di Alberto Bucci

Un estratto dal libro in pubblicazione “Un’onda di vitalità” vita, successi e pensieri di Alberto Bucci e la sua visione del Wave coaching.

Alberto Bucci è un uomo incredibile.

Se leggete wikipedia al momento della pubblicazione di questo libro trovate le seguenti informazioni:

“Ha iniziato la sua carriera allenando la Fortitudo; ha conquistato tre scudetti, due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana con la Virtus Bologna, squadra che ha diretto per sei stagioni. Ha tre figlie, una delle quali Annalisa, è una affermata campionessa di kickboxing e arti marziali miste”.

Alberto è qualcosa di incredibilmente più alto di qualsiasi risultato che possa mai cercare di rappresentarlo e vi garantisco che sono tanti e molti di più di quelli elencati su Wikipedia i traguardi che ha raggiunto.
Alberto è una persona intensa, scomoda, travolgente, sfidante, guascona, profonda, ispirata, incosciente, appassionante, sincera, diretta, emotiva, difficile.
Alberto è un amico incredibile e un allenatore intenso.
Alberto è un leader. Un leader vero.
Sa trascinare, sfidare, rompere, ricostruire, cambiare, ascoltare, ridere e piangere.
Leggere le sue parole è un modo per confrontarsi con le paure di tutti i noi e reinterpretarle, trasformarle, trovando modi e metodi per superarle che nemmeno si pensava potessero esistere.

Quando ho fatto questa intervista ad Alberto, mi confessava di avere voglia di accettare la proposta della Virtus Bologna di renderlo presidente del progetto sportivo che la vedeva navigare in acque pericolose in una A2 difficile e con molte difficoltà sportive, tecniche ed economiche.
Alberto stava già combattendo, ma con la sua malattia.
Eppure mi disse che aveva ancora voglia di condurre un progetto ad essere vincente.
Nonostante le sfide della vita, nonostante le difficoltà e nonostante le fatiche.
Lui aveva ancora fame di emozioni, di battaglie, di fatiche, di vittorie.
Oggi, mentre scrivo questa breve introduzione, Alberto ha condotto la Virtus Bologna all’ottenimento del risultato di tornare nella massima serie italiana e so che lui direbbe che il lavoro lo hanno fatto gli altri.
Perché lui è cosi: potente e intenso, umile e giocherellone.
Se state leggendo queste righe siete sulla soglia di una esplorazione appassionate: leggetela col cuore più che con la testa perché è con il cuore che Bucci è in grado di insegnare ad ognuno di noi il modo di rendere la nostra vita un capolavoro.

Il resto nel libro “Un’onda di vitalità” vita, successi e pensieri di Alberto Bucci e la sua visione del Wave coaching.

L’empatia come collante dei team

L’empatia come collante dei team

Cosa è l’empatia e come contribuisce a creare collante e risultati all’interno di una squadra?

Conoscendo da molto tempo e sempre di più l’ambiente sportivo Italiano mi rendo conto che l’intelligenza emotiva non solo è uno strumento necessario per rendere appagante e piena la vita delle persone, ma contiene alcune competenze necessarie a sviluppare i risultati che una squadra si aspetta di ottenere.

Scrivo questo post con una emozione di tristezza mista a rabbia.

Credo che la potremmo chiamarla indignazione anche se non ne sono sicuro e questo per aver visto l’ennesima volta l’incapacità di alcuni rappresentanti dello sport italiano nel comprendere le emozioni dei propri atleti.

Sto parlando dell’empatia, che è una competenza fondamentale dell’intelligenza emotiva.

L’empatia è la capacità di capire le emozioni degli altri e di connettersi a loro per permettergli di ottenere una trasformazione emotiva più funzionale ed appropriata.

Se ci fermiamo a pensare, quale competenza è più importante per creare un team, una squadra, un gruppo in grado di sviluppare performance di eccellenza?

La mia opinione è: nessuna. Non c’è nessun altra competenza più efficace, potente e forte di questa per creare connessioni di squadra. Eppure vi posso garantire che pochissime squadre hanno coach che dispongono della capacità di connettersi alle emozioni dei proprio giocatori, e spesso questo avviene anche in altri campi ed altri ambiti come la scuola o le aziende.

Non dovrebbe essere un problema assoluto il fatto di disporre di poca intelligenza emotiva, ma chiunque faccia l’allenatore, il giocatore o l’insegnante non può non disporre di questa capacità, viceversa ha sbagliato mestiere. Forse questa non è una competenza chiave per certe professioni, forse, ma di sicuro è la prima cosa che serve per poter comprendere cosa avviene nella testa e nel cuore di un atleta mentre fatica nella preparazione di una gara, un campionato o addirittura mentre prova a costruire le proprie risorse per partecipare a un’olimpiade e quindi deve rimanere su un progetto per molto tempo.

Sfortunatamente nella mia esperienza pochissimi allenatori che ho conosciuto hanno questa caratteristica ma tutti quelli che ne dispongono hanno ottenuto risultati incredibili.

Attenzione, non mi sto riferendo ai risultati di breve periodo, quelli possono anche arrivare puntando tutto sulla tecnica, la fisicità e cogliendo l’attimo che la vita ti offre, bensì al successo che dura del tempo.

Per un progetto che consolidi relazioni profonde e che sia capace di creare uno zoccolo duro all’interno di una squadra, l’esercizio dell’empatia è una delle caratteristiche fondamentali che chi guida quella squadra deve avere. Capisco che questo post apre molte considerazioni in merito all’ambiente, alle aspettative della proprietà di una squadra, al comportamento dei tifosi così via. Tuttavia credo che non esista allenatore vincente che non abbia dedicato grande parte della sua vita del suo tempo all’esercizio di questa dote che il cielo gli ha regalato o che si è costruito con il duro lavoro, lo studio e il sacrificio.

E tu? Sei esercitare l’empatia o fai leva solo sulla simpatia?

Conosci la differenza fra un concetto e l’altro oppure ti lasci andare all’artigianato delle relazioni?

Conosci esercizi o situazioni che sviluppano la tua capacità di esercitare l’empatia?

Queste sono tutte domande fondamentali per ottenere la capacità di entrare profondamente in contatto con gli altri e costruire una squadra vincente.

Se vuoi sviluppare la tua intelligenza emotiva e migliorare le tue attitudini di atleta, coach, manager o allenatore, approfondisci gli strumenti sul sito wave coaching

Una vita migliore

Una vita migliore

Stamattina, vagando sulla rete, ho letto una frase che mi ha colpito e mi ha stimolato un pensiero. Diceva: “non cercare una vita più semplice, cerca una vita migliore.”.

Mi sono chiesto cosa significhi “Migliore”.

Si potrebbero fare molte considerazioni sul tipo di stimoli che la pubblicità, la televisione e il cinema offrono per tendere ad una vita “migliore”. Ma è questo il tema della mia riflessione.

Incontro e conosco, per mia fortuna, moltissime persone. Quasi tutte hanno un lavoro. Pochissime hanno una missione.

Sì, per rendere una vita degna e migliore è necessario capire quale è la propria missione e saper dare il giusto senso ad ogni momento passato su questo pianeta. La capacità di avere chiarezza di significato e una missione personale chiara è caratteristica di pochissime delle persone che ho avuto il piacere di conoscere. Ma quando ho incontrato persone di questo tipo mi sono sempre trovato di fronte individui illuminati, carismatici, potenti e con la capacità di affrontare con determinazione, forza e serenità ogni momento.

Se si vuole vivere tranquilli è necessario avere consapevolezza di quale è il proprio lavoro. Ma se si desidera una vita felice, intensa e con un significato profondo bisogna conoscere quale la propria missione personale. Solo in quel momento il senso delle cose e delle sfide diventa chiaro e naturale. Ogni istante magicamente si trasforma e le persone che incontri rimangono colpite e affascinate dall’intensità del tuo pensiero e della tua forza.

Talvolta, però, si tende a dimenticare che si ha bisogno di interagire con gli altri per realizzare la propria missione e questo porta a essere presuntuosi, distaccati e inefficaci.

Quindi, nel mio pensiero di stamattina, ricordavo a me stesso che ogni missione, anche la più appagante, ha bisogno di essere chiara e portata agli altri in modo efficace e intenso per potersi realizzare in tempi e modi ragionevoli.

Quindi ricorda:

1. Se vuoi una vita tranquilla cerca di capire che lavoro vuoi fare.

2. Se vuoi una vita straordinaria rifletti su quale è la tua missione.

3. Se vuoi una vita migliore e felice porta il senso della tua missione alle persone con gioia, sorriso e intensità.

Non dimenticare che la libertà é quella di camminare verso i tuoi obiettivi ed accettare che non tutti saranno tuoi alleati.

Come ricorda Paulo Coelho nel suo “il manuale del guerriero della luce”:

“un guerriero della luce é sempre impegnato: schiavo del suo sogno e libero nei suoi passi”.

In questo modo è possibile fare della tua vita un capolavoro.

So che non è una riflessione facile, ma è l’unica che conta davvero.

Buona vita

Chi costruisce e chi distrugge

Chi costruisce e chi distrugge

Su questo pianeta ci sono persone che aggiungono valore e persone che lo tolgono, chi costruisce e chi distrugge.
Ci sono persone impegnate a immaginare progetti che possono aggiungere benessere, valore piacere alla collettività. Che si alzano la mattina immaginando un mondo migliore, relazioni più intelligenti, un modo più bello, appassionante ed appagante di vivere la vita. Nuove professioni, nuovi progetti, nuovi modi di affrontare le sfide della nostra epoca.
Pensa alle auto elettriche, ai nuovi modi di produrre energia, alla nuova medicina e le nuove tecnologie che ci permettono di vivere più a lungo e meglio, ai nuovi sistemi di mobilità sostenibile e potrei andare avanti molto a lungo.
Ognuna di queste innovazioni contiene in sè un potente ed enorme attivatore di cambiamento. Questo è il motivo per il quale ogni vera innovazione sociale, culturale e collettiva impone una trasformazione e una rivoluzione di pensiero e di comportamento che talune persone non sono disposte ad accettare. Egoismo , interessi personali o semplicemente invidia e stupidità non accettano l’opzione di poter vedere il mondo trasformato e rimanere indietro.
Un approccio che determina la caduta in un terrificante paradosso che è quello del volersi eleggere a protettori della collettività e combattere una battaglia all’ultimo sangue per il mantenimento dello status quo.
Così, pur impedendo l’evoluzione e il progresso reale, taluni sono in grado di appagare in modo molto profondo il proprio ego e narcisismo avendo perso di vista l’obiettivo più profondo della loro vita.
Persone che vivono per distruggere idee, sogni, progetti, futuri possibili, e lo fanno in tutti modi possibili: facendo nuove leggi, protestando in piazza, cercando aderenze a livello collettivo, infamando o diffamando e in tutti gli altri modi che conoscono.
La spiacevole notizia è che non c’è nulla da fare. L’evoluzione di questo pianeta e la potenza di coloro che hanno voglia di costruire è sempre stata e sarà sempre molto superiore, focalizzata e potente di quella di qualsiasi distruttore voglia mantenere lo status quo solo per meri motivi egoistici o di incapacità di visione di un futuro migliore.
Ognuno di noi, incluso io e incluso te, in qualche contesto è stato un costruttore e un distruttore.

Questa è la riflessione fondamentale: tu per cosa vuoi essere ricordato? per essere un costruttore di nuovi futuri o un distruttore di futuri possibili?
Dalla risposta a questa domanda possono nascere diversi approcci che ti possono rendere un grande leader o semplicemente un rivoluzionario del tempo andato.

Il coraggio di andare avanti

Il coraggio di andare avanti

Ci vuole coraggio di proseguire e andare avanti; sempre. Questa è la filosofia di Alberto Bucci, dal 2015 presente nella hall of fame per i meravigliosi risultati ottenuti come allenatore di grande squadre di basket. Un allenatore vincente e un uomo speciale.

Estraggo questo spezzone dal libro che stiamo completando insieme ad una persona speciale e un grande amico: Alberto Bucci. Alberto è un uomo straordinario, capace di come meravigliose e immense, con una grande anima e una tecnica sopraffina. Un guerriero e un condottiero della vita e dello sport, in grado di condurre grandi campioni a vincere e crescere come poche altre volte si è visto nel mondo della pallacanestro. Un anima grande e un’etica fortissima che lo hanno portato a essere rigido e duro in campo e burlone e pieno di voglia di vivere fuori dal campo. Onesto intellettualmente e coraggioso, Alberto è la persona che più di tutte ha contribuito ad ispirare il modello WAVE che contiene uno sviluppo dell’intelligenza emotiva e dei modelli mentali anche se talvolta in modo inconsapevole. A breve la pubblicazione del testo completo e nel frattempo vi estraggo un pezzo intenso delle nostre riflessioni.

Simone: In questo periodo storico con la crisi, le borse che crollano, situazioni di mercato difficili, le aziende che devono ristrutturare, la gente in cassa integrazione, molti di noi, dichiarandolo o no, hanno paura e quindi tendono ad agire meno, con meno energia, con meno intensità, con meno coraggio o meno spirito di avventura. Tu avrai avuto dei momenti in cui ti sei trovato a gestire periodi di profonda crisi; non dico la crisi di metà campionato, ma momenti in cui ti sei detto: “Adesso cosa faccio? Qua finisce tutto?”. In quei momenti a cosa ti aggrappavi? 

Alberto: Sì, ci sono momenti difficili, nei quali ovviamente devi avere più coraggio che nei momenti in cui le cose vanno bene, perché quando tutto va bene avere coraggio è facile. Chi non si lancia e chi non ha coraggio di affrontare le situazioni nei momenti di grande crisi è perché ha paura di sbagliare e pensa di ripararsi nell’immobilismo. Il fatto è che è vero che non vai indietro, ma non vai neanche avanti. Ma se non vai avanti, in realtà, anche se non te ne rendi conto, vai indietro, perché intanto che tu non ti muovi, c’è qualcuno che ha coraggio e va avanti. Bisogna sempre avere la consapevolezza della situazione che si ha davanti e, soprattutto quando le cose sono difficili, avere il coraggio di tirare fuori le proprie idee. Anche nell’ambito sportivo, vale lo stesso discorso. Se un allenatore per non sbagliare non fa niente, rischia il posto lo stesso. A volte è meglio sbagliare, ma tentare qualcosa per il bene della squadra. […]

To be continued…

 

 

 

Storytelling e bullshit telling

Storytelling e bullshit telling

Esiste un profonda differenza tra lo story telling e il bullshit telling, il problema è che la maggior parte delle persone non la conosce o quantomeno se la conosce non se ne accorge.
Lo storytelling é la meravigliosa arte di dare corpo e colore, sapore e profumo, consistenza e forza espressiva ad una qualsiasi storia. In questo modo servizi, prodotti, situazioni ed esperienze acquisiscono un valore intrinseco superiore, prendono vita, diventano attraenti o addirittura necessari e la narrazione entra a fare parte dell’esistenza stessa del prodotto o dell’episodio.

In questo modo il narratore diviene una specie di massimizzatore e crea nella mente del l’ascoltatore un’esperienza multisensoriale ed emozionale capace di trasformare anche un oggetto inanimato in un personaggio pieno di vita propria, di storia, di futuro, di aspettative e di emozioni.
A tutti é capitato di vivere una situazione di questo tipo come ad esempio di assaporare un buon piatto e dover dare a se stessi e in autonomia la descrizione dell’esperienza faticando a coglierne gli elementi essenziali e, in altre situazioni, essere aiutati nella degustazione da un esperto o un appassionato che ha reso quell’esperienza indimenticabile declamando le doti del piatto o la storia di un ingrediente o della ricetta stessa.
Massimizzare una storia è evidentemente un’arte come pure lo è quella di inventare favole.

Lo storytelling trasforma una semplice storia in una favola, ma ritengo che per talune finalità storia debba esistere. Non ne faccio una questione etica ma se la storia non esiste ed esiste solo la narrazione stiamo parlando di un romanzo, di una favola appunto o peggio di una menzogna; magari ben raccontata ma pur sempre una mistificazione.
L’epoca nella quale stiamo vivendo ci propina spesso favole al posto di storie. Evidentemente questo ha presa su un vasto pubblico ma il problema è che è sempre più difficile distinguere la realtà dalla fantasia. Per questo è necessario imparare a riconoscere l’enorme differenza che esiste fra chi è in grado di costruire storie che arricchiscono un prodotto, un’esperienza o un servizio e chi le storie le inventa di sana pianta per motivi di interesse personale o per ottenerne un beneficio o un profitto.

Impara a raccontare le storie per arricchire la tua vita e quella delle persone intorno a te, ma specialmente fallo per riconoscere le storie dalle menzogne.
Perché la meravigliosa arte della narrazione non diventi l’arte dell’inganno, pur brillante e di talento, come nella pubblicità che segue, ma pur sempre un inganno!

Quanti anni hai?

Quanti anni hai?

Quanti anni hai?

Quante volte ci siamo fatti fare questa domanda? Ma cosa significa? Che cosa vuoi sapere davvero chi fa questa domanda? Non ho mai capito se mi chiedevano quanti anni ho, quanti ne vorrei, quanti me ne sento o quanti sono riportati sulla carta d’identità.

In effetti credo che sia davvero molto riduttivo valutare l’età di una persona dalla sua anagrafe. Ne capisco bene i motivi, ma questo non spiega i comportamenti, il modo di pensare né tantomeno il modo in cui le persone vivono le proprie emozioni.

“Io mi sento proprio come un adolescente!”. “Oggi mi sento vecchio!”. “Mi sembra di essere un sedicenne!” Ho sentito spesso pronunciare frasi tipo queste da persone di ogni età e questo è il motivo per cui credo che dovremmo relazionarci con noi stessi considerando quattro età fondamentali: quella che è scritta sui documenti anagrafici, quella che deriva dal nostro modo di pensare, quella che abbiamo nella pancia e nelle nostre emozioni, e quella che abbiamo nel corpo.

Hai mai pensato alla tua vita in questo modo? Prova a farlo.

Quale è l’età che è scritta sui tuoi documenti anagrafici? Di solito questa è la domanda più facile.

La seconda è: quale età mentale ti senti? Ovvero, partendo dai pensieri, specie quelli che non confidi mai a nessuno, quanti anni hai in realtà? Beh probabilmente è un numero diverso! Difficilmente trovo persone che hanno la propria età mentale e il proprio pensiero allineato con la propria età anagrafica.

La seguente domanda è: nel vivere le tue emozioni che età ti senti? Spesso e volentieri le persone si sentono più giovani emotivamente, talvolta con i bambini, talvolta come gli adolescenti.

Per finire: quale è la tua età biologica? Questo ha a che vedere con il modo in cui ti senti in contatto con il tuo corpo e la tua fisicità. Ci sono persone ben allenate e con uno stile di vita sano e una buona alimentazione che dimostrano un’età molto inferiore a quella anagrafica. Altre persone che si trascurano un po’ e sembrano meno giovani della loro età reale.

In questo modo, si capiscono molte cose di ognuno di noi.

Quindi ti consiglio di fare questo esercizio.

Quale è la tua età anagrafica?

Quale è la tua età mentale?

Quale è la tua età emotiva?

Quale è la tua età biologica?

Fammi sapere! Sarà magari un bel punto di partenza per un bel coaching Wave capace di sviluppare la tua intelligenza emotiva e la tua consapevolezza!

 

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L’intelligenza emotiva entra in classifica

L’intelligenza emotiva entra in classifica

L’intelligenza emotiva è la nuova competenza che entra nella top ten delle più importanti nel 2016, ed entra al sesto posto! Prende il posto della competenza “controllo della qualità” come importanza per vivere in modo adeguato il mondo che sta arrivando.
Spesso mi viene chiesto che cosa sia l’intelligenza emotiva e cosa la distingua dall’intelligenza più largamente intesa.
La migliore definizione di intelligenza emotiva me l’ha fornita in un interessantissimo corso uno dei massimi esperti mondiali di questa materia che proviene dalle moderne neuroscienze.
In questo corso con Joshua Freedman, infatti, abbiamo cercato di ricostruire ciò che distingue una persona emotivamente intelligente da una persona cognitivamente intelligente, ovvero utilizzare in modo appropriato i suoi pensieri.

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In fin dei conti l’intelligenza emotiva non è altro che la capacità di utilizzare in modo appropriato le proprie emozioni.
Il fatto è che le emozioni e i pensieri sono due aspetti differenti dell’utilizzo della nostra mente e del nostro cervello, inoltre la parola emozioni è meno semplice da decodificare. In effetti, le emozioni sono un tema che viene più utilizzato che insegnato e non esistono corsi o percorsi classici di insegnamento dell’utilizzo corretto di questa parte fondamentale del nostro essere.
Josh ci ha fatto capire che cosa sia l’intelligenza emotiva con un esempio semplice e comprensibile.
Come fareste a capire se una bambina è intelligente in matematica semplicemente facendo un test prima di ogni insegnamento?
Nell’esempio portato questa bambina dovrebbe essere in grado per esempio di contare delle caramelle presenti in un vaso.
Una volta dimostrato di saper contate le caramelle in modo accurato e preciso, dovrebbe essere in grado di dividerle con due amichetti che la raggiungono all’improvviso. Se, nell’esempio, le caramelle fossero 4 e la bambina fosse in grado di contarle velocemente, la prima parte del processo, ovvero la capacità di raccogliere dati, sarebbe realizzata.
Questo però non è sufficiente per definire la bambina “intelligente”. In questa parte del processo ha solo raccolto i dati che le servono ma non li ha ancora utilizzati. Potremmo definire intelligente la bambina se fosse anche in grado di scegliere soluzioni appropriate nella divisione delle caramelle con i propri amichetti: una a testa e una messa da parte per dopo, oppure spezzata per dividerla o qualsiasi altra soluzione. Questo esempio ci porta a definire l’intelligenza sulla base di due elementi: la capacità di raccogliere informazioni e la capacità di utilizzarle per risolvere problemi o trovare soluzioni. Questo semplice e comprensibile esempio ci permette di comprendere meglio cosa si intenda per intelligenza emotiva.

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L’intelligenza emotiva è la capacità di raccogliere informazioni sulle nostre emozioni e su quelle altrui ed utilizzarle per trovare soluzioni adeguate o per risolvere problemi.
La considerazione più interessante che nasce da questa definizione è che le emozioni non sono altro che informazioni prodotte dalla parte più antica del nostro cervello e che hanno la funzione di metterci in contatto con gli altri esseri umani, comprendere meglio noi stessi e gli altri ed utilizzare queste informazioni per prendere decisioni, scegliere come comportarci e risolvere problemi complessi.
Ora, prova a pensare a quante persone conosci che sono in grado di fare queste due cose, ovvero comprendere le emozioni proprie e degli altri in modo appropriato e utilizzarle in modo corretto e intelligente per prendere decisioni o risolvere problemi di tipo sociale o comportamentale. Troppo poche? Forse questo è il motivo per cui l’intelligenza emotiva è considerata, dopo il World Economic Forum svoltosi a Davos nel 2016 una delle 10 competenza più importanti e va conosciuto, costruita ed allenata.
E tu? cosa stai farcendo per acquisire o sviluppare questa competenza?

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Amare fa diventare emotivamente intelligenti

Amare fa diventare emotivamente intelligenti

Come è possibile realizzare risultati provando emozioni piacevoli e intense e sentendosi sulla strada giusta? Come sappiamo bene dalle ultime ricerche delle neuroscienze, sono le emozioni che generano le nostre decisioni e queste ultime per essere efficaci devono incorporare le emozioni stesse.

Non possiamo pertanto trascurarle e nemmeno possiamo soprassedere sull’impatto che hanno mentre svolgiamo il nostro lavoro o ci impegniamo nel realizzare la nostra missione personale.

Anche solo sul concetto di missione personale e sulla formulazione degli obiettivi potremmo discutere a lungo; tanto si è detto e scritto sull’argomento e sulla capacità di darsi obiettivi corretti e sfidanti ma non è in questa sede che lo faremo.

Quello sul quale vorrei concentrarmi è l’equilibrio complessivo, mentale ed emotivo, che permette di realizzare obiettivi eccellenti utilizzando risorse di origine diversa: emozioni e pensieri insieme insomma.

Solo se emozioni e pensieri lavorano insieme siamo in grado di consolidare i risultati, prendere decisioni adeguate e sostenerle nel tempo, agire in modo appropriato senza incertezza rendendo solido il nostro cammino.

Per ottenere tutto questo è necessario allenarsi, come gli atleti.

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ll modo migliore per mettere a disposizione dei nostri obiettivi le nostre emozioni e ridurre le “interferenze” cognitive, ovvero i pensieri non utili e non produttivi ed agire in modo appropriato, è allenare la nostra intelligenza emotiva. Il sistema WAVE è nato per questo e chi lo conosce ha strumenti utili e solidi di progettazione degli obiettivi, del metodo e della competenza. Possiede inoltre strumenti di misurazione e metriche per capire se si è sulla strada giusta e di ingegneria di metodo per replicare azioni produttive e rimuovere errori comportamentali. Ma sul metodo WAVE e sull’intelligenza emotiva vi racconterò ancora tanto nei prossimi articoli.

In questa sede voglio condividere un metodo semplice ed efficace per trovare equilibrio tra quelle azioni quotidiane da compiere per migliorare noi stessi ed allenarsi a utilizzare pensieri ed emozioni insieme mentre viviano la vita di tutti i giorni.

Per diventare più forti e consapevoli bisogna AMARE. Ecco che state pensando che ho scelto la via del romanticismo. In effetti bisogna amarsi e amare quello che si fa e questo aiuta davvero tanto per realizzare non solo i nostri obiettivi ma anche noi stessi.

In questo caso però AMARE non è solo una esortazione e un augurio ma anche un acronimo. Serve a ricordare il programma di allenamento che propongo oggi.

Ogni lettera rappresenta una azione o una attività da compiere ogni giorno per due mesi e verificare l’efficacia in termini emotivi, di pensiero e comportamentale.

Ogni giorno 5 cose da fare. Non da pensare. Non da immaginare. Ma da pianificare, fare, misurare e ripetere.

Ricorda questo processo: Progetta le tue cinque azioni, agiscile ogni giorno, misurane gli effetti ogni settimana, ripetile e falle diventare abitudini. Fallo per due mesi, otto settimane.

Ricorda che vanno fatte TUTTI I GIORNI, anche solo 10 minuti ma tutti i giorni per 60 giorni.
A: Anima e spirito

Dedica tempo, anche solo 10 minuti intensi, alla tua spiritualità ed al contatto con te stesso o te stessa. Prega se credi, medita, entra in contatto con la natura, fai yoga o una attività analoga. Dedica almeno 15 minuti al giorno ad una attività che risponda a questa caratteristica. Oppure fai servizio civile o dedica tempo a chi ne ha necessità o può averne bisogno. Fallo come se fosse un regalo alla tua anima. Dedicare tempo alla propria anima ci aiuta a generare pace e serenità nei nostri pensieri e ci da forza come individui.

Io ad esempio non mi faccio mai mancare un saluto al sole se non ho la possibilità di fare altro.
M: Missione e professione.

Dedica tempo, anche solo 10 minuti intensi, per una professione che risponda alla tua necessità di sentirti in direzione della realizzazione della tua missione personale. Non sempre questo è la stessa cosa di ciò che viene chiamato “lavoro”. Mi riferisco ad una attività professionale che realizzi obiettivi importanti e solidi e che costruiscono la tua strada verso la tua realizzazione personale. Dedicare tempo alla propria missione fa crescere la nostra autostima e ci avvicina alla autorganizzazione. Io ad esempio ogni giorno, anche festivo, svolgo una attività, fosse anche solo di ricerca o di studio, relativa alla mia professione di coach.
A: Avventura e innovazione.

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Dedica tempo, anche solo 10 minuti intensi, a fare qualcosa di nuovo, che non hai mai fatto. Anche cose piccole, come coltivare un fiore o esplorare una parte dell città che non hai mai visto. Fare un disegno con una tecnica nuova o provare uno sport che non conoscevi o che non hai sperimentato. Allenarsi all’innovazione e alla creatività ci aiuta ad affrontare l’ignoto come un’avventura e non come una tragedia. Io ad esempio spesso cerco nuove strade per andare da casa all’ufficio o esploro bar diversi per prendere un caffè e questo mi ha fatto scoprire molti luoghi nuovi e conoscere persone diverse.
R: Relazioni

Dedica tempo, anche solo 10 minuti intensi, alle relazioni importanti della tua vita. Familiari, amici veri, parenti o compagni d’avventura. Una telefonata, un piccolo omaggio o un pensiero, un saluto improvviso e addirittura un “ti voglio bene” alimenta la nostra “banca emotiva” e ci fa sentire bene, nel posto giusto; ci sentiamo fare la cosa giusta. Ancor di più se quelle persone non le sentiamo da troppo tempo. Coltiva le tue relazioni con amore e gioia e avrai in cambio amore e gioia. Dedicare tempo alle relazioni ci dà sicurezza e ci fa sentire parte di qualcosa di più grande e ci ricorda quanto si possa essere di conforto anche solo con un sorriso.
E: Energia e salute.

Dedica tempo, anche solo 10 minuti intensi, alla tua salute e alla creazione della tua energia. Vivere pienamente la vita richiede salute e la salute è un dono enorme che merita di essere salvaguardato e protetto. Pensa a quello che fai e a cosa genera nel tuo corpo, nella tua mente. Una passeggiata ogni giorno, una corsa, una attività sportiva aiutano a mantenerci tonici e forti. Mangiare e bere in modo corretto cibi sani e in quantità corretta ci fa sentire leggeri e forti dentro e piacevoli e attraenti fuori. Bevi tanta acqua (almeno due litri al giorno), dedicati alla respirazione, rinuncia al fumo ed all’alcol, mangia con calma e in modo bilanciato. Noi siamo anche ciò che gli altri ci restituiscono e sentirsi dire “sei proprio in forma” alimenta la nostra energia. Dedicare tempo alla nostra energia e alla nostra salute ci fa sentire forti e coraggiosi.
AMARE

Anima e spirito

Missione e professione

Avventura e innovazione

Relazioni

Energia e salute
Tutti i giorni, anche per poco tempo, sperimenta questi le cinque mattoncini, queste piccole attività. Prova e misura i risultati. Regalati 60 giorni per trasformare grandi cose con piccoli tasselli e fammi sapere come è andata. Ti garantisco che, se lo farai con diligenza, avrai molte più sorprese di quanto non immagini.
Buona sperimentazione!

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Elogio alla mediocrita’

Elogio alla mediocrita’

Elogio alla mediocrita’

Forse servono mediocri. Forse sbaglio io e servono persone medie, comprensibili, prevedibili, facili da gestire. Forse essere in gamba e avere idee, talento e intensità è solo un aspetto secondario della questione per realizzare cose importanti. Forse è così, ma anche no.
Ma andiamo con ordine…
“Dobbiamo prendere un 6+ tutti i giorni. Non un 10 o un 4. Ci serve un 6+ tutti i giorni.”
Questo ho sentito con le mie orecchie.
Non si trattava di una maestra delle scuole elementari e neppure di un educatore.
Era un manager di una azienda di quelle “orientate al talento”.
Avere talenti in azienda è, sulla carta, un grande vantaggio competitivo. Ma quando i talenti sono disponibili non sempre ci sono i manager in grado di svilupparli e favorirne l’espressione.
Da quando ho sentito quella frase non ho potuto evitare di farmi un paio di domande:
se hai persone di talento disponibili, vuoi forse da loro 6+ tutti i giorni?
Un talento é disponibile a rimanere in un gruppo per prendere 6+ tutti i giorni?
Queste domande, dalle risposte apparentemente scontate, nascono da ciò che mi è stato sbattuto violentemente in faccia da quel manager, ovvero che la mediocrità é talvolta davvero apprezzata!!

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Inoltre, dopo aver letto il meraviglioso libro di Salim Ismail sulle organizzazioni esponenziali (Exponential Organizations), testo brillante e in grado di cambiare la visione del mondo imprenditoriale dei nostri giorni, mi sono anche chiesto come quegli interessanti concetti, che derivano dalla mente di aziende fortemente orientate all’innovazione e spesso e volentieri guidate da millennials, avrebbero impattato le aziende del territorio italiano.
Come è immaginabile molte aziende, aggregati di persone brillanti e talentuose, hanno già da tempo iniziato ad applicare alcuni di quei principi e stanno vivendo un periodo di enorme successo sui mercati internazionali utilizzando la forza e la creatività propria della nostra nazione e i concetti innovativi e potenti derivanti dalla tecnologia futuristica di altre culture.
Questo mi riempie il cuore di gioia, mi rende orgoglioso, felice e mi compiace rispetto alle prospettive dei nostri giovani qui in Italia.
Sfortunatamente però non è per tutti così.
Per seguire le logiche delle organizzazioni esponenziali é necessario intercettare, scoprire e sviluppare in modo concreto e reale il talento senza averne paura o esserne infastiditi quando si manifesta.
Il talento, si sa, é difficile da scoprire e difficilissimo da orientare e da gestire.
Le persone di talento non sono facili! Attenzione, questa non è una licenza per i talenti ad essere capricciosi o egoisti, tutt’altro, ma chiunque abbia talento lo esprime in modo intenso, a volte scomposto e non sempre in modo facile o “normale”!
Il talento, infatti, spesso si manifesta in modo strano e talvolta faticoso da capire. Avete mai notato che a volte il talento, visto dalla prospettiva sbagliata, sembra un difetto o una lacuna?
Già, il talento, questo sconosciuto.

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Eppure, anche se sembra incredibile, ci sono organizzazioni che nei fatti lo rifuggono. Non a parole ovviamente! A parole tutti ricercano e desiderano collaboratori talentuosi e ambiziosi, ma a fatti é così.
Forse per il principio di Peter (Wikipedia Principio di Peter), ovvero della incapacità di alcune persone di esprimere il massimo potenziale manageriale o solo perché alcuni capi vedono il talento come una minaccia o forse perché non sono abbastanza consapevoli da scoprirlo quando si presenta loro.
In ogni caso suggerisco di approfondire questa interessante teoria.
Di certo la mediocrità aiuta a mantenere lo status quo (vedi il libro “mediocrazia”) e questo impedisce ai gruppi di evolvere.
Ma tant’è.
“Dobbiamo prendere un 6+ tutti i giorni. Non un 10 o un 4. Ci serve un 6+ tutti i giorni.”
Un campione non lo accetta.
Un campione vuole 10, vuole superare la media, vuole esplorare il limite, vuole godere del suo dono.
Può succedere che prenda un 3+. Ma odia il 6. Odia la mediocrità.
A meno che non sia un talento di mediocrità ma in questo caso non si tratta di campioni di certo, si tratta del talento di essere omologati.
Quello di cui abbiamo bisogno tutti, ed in special modo le aziende, sono campione dotati di intelligenza emotiva e sociale, capaci di governare le proprie emozioni e capire i contesti.
Il talento da solo non serve a nulla, va usato, indirizzato, sfidato e fatto crescere; va orientato ai risultati definendo il senso delle cose e l’importanza di ciò che si fa.
In questo modo il talento é lo strumento nelle mani di un campione.
Un campione che guarderà ad un voto come il 6+ come ad un insulto.

Auguro ad ogni manager di avere il privilegio di intraprendere il meraviglioso viaggio della costruzione di un campione pagando il prezzo del confronto, della sfida, della fatica di avere a che fare con persone di un’altra categoria.
Auguro a tutti di essere speciali e poter trovare il modo di rendere il talento libero di esprimersi con gioia e coraggio e avete la pagella piena di voti altissimi e bassissimi….
e al diavolo la mediocrità!

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Persone con la pelle di carta vetrata

Persone con la pelle di carta vetrata

Come hai avuto modo di notare, nella vita ci sono persone facili e persone difficili, alcune, le più complicate hanno la pelle come carta vetrata: queste persone vengono definite abrasive!

La prima volta che ho sentito parlare di “personalità abrasive” ero nella sala briefing del 313º gruppo di addestramento acrobatico dell’aeronautica militare italiana più noto come frecce tricolori.

In quella sede uno dei comandanti che a mio modo di vedere è stato il più innovativo e sicuramente capace di essere di grande ispirazione per il gruppo nei suoi quasi cinque anni di comando, Massimo Tammaro, raccontava come le frecce scegliessero i loro piloti e come avvenisse il processo di verifica attitudinale.

Con il suo modo di parlare amichevole e diretto, Massimo illustrò per la prima volta, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, il concetto di “personalità abrasiva”.

La personalità abrasiva, ci spiegò, è quella che hanno gli individui che fanno parte di un gruppo e che sono profondamente motivati a fare una cosa, a svolgere un determinato compito, a costruire un progetto se l’idea dalla quale proviene l’attività il compito o il progetto è la loro. In questo caso, quando sono i proprietari dell’idea di base, queste persone danno un forte contributo soggettivo e richiedono agli altri grande motivazione, sono inoltre molto sfidanti nei confronti del gruppo stesso a dare il meglio di loro per realizzarla.

Persone all’apparenza forti, ispirate, con grande leadership e capacità di muovere e orientare le emozioni dell’intero gruppo. Hanno energia e motivazione da vendere e non lesinano nemmeno un secondo di lavoro per trasformare in realtà ciò che nella loro testa già esiste e pretendono contemporaneamente dagli altri che questo venga fatto con la stessa forza, energia e motivazione.

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Visti così sono assolutamente preziosi per la realizzazione delle idee e delle istanze di un team.Tutto questo funziona fintanto che l’origine dell’idea e del pensiero è la loro.Ovviamente chiunque vorrebbe avere nel proprio team persone con questa forza, energia e leadership.

Il problema è che quando l’idea non è la loro tutto cambia.

Se il processo di elaborazione e selezione del team porta a scegliere un’idea diversa dalla loro, la “personalità abrasiva” mette tutta la sua energia, forza e motivazione per convincere il gruppo che quell’idea è sbagliata, inappropriata, inadeguata o semplicemente non funzionerà. Da quel momento in poi la “personalità abrasiva” si trasforma da essere la più grande risorsa del team ad essere un grande peso per tutti. Personalità abrasive con forte leadership sono in grado di fare cambiare idea il gruppo e di impallinare come tordi le idee di altri per riuscire a far prevalere la loro volontà sugli altri. In questo caso il gruppo subisce una trasformazione emotiva derivante dal conflitto fra una forte leadership della personalità abrasiva e le volontà o le idee che il gruppo produce.

La turbolenza che ne deriva è spesso e volentieri difficile da gestire per il gestore del gruppo e faticosa da digerire per i membri del team stesso.

Se poi per qualche strano motivo l’idea prevalente e scelta dal gruppo è diversa e la personalità abrasiva non riesce a far cambiare idea al gruppo stesso, ciò che accade dopo è che il nostro amico con la pelle di carta vetrata che sceglie di rimanere all’interno del gruppo inizia rivestire il ruolo del critico o addirittura, nei casi più estremi, a minare le basi stesse del progetto con i fatti e non più con le parole.

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Spesso e volentieri si gestiscono le personalità abrasive dando a loro ragione o scegliendo le loro idee solo perché in questo modo si riducono i conflitti all’interno del team.

Come è evidente, in questo caso, il gruppo non riesce a utilizzare il potenziale derivante dall’aggregazione di tutti membri del team e dall’integrazione di tutte le competenze disponibili. Una squadra che è potenzialmente fortissima, se contiene una personalità abrasiva dotata di forte leadership riduce il suo potenziale in modo drastico.

Certo, esistono anche personalità abrasive con una leadership meno spiccata e in questo caso quando l’idea scelta e dominante non è la loro, questi si ritirano in disparte e si possono ascoltare frasi del tipo: “se avete deciso di fare così fatelo pure ma non contate su di me”!

Eppure è giusto sostenere sempre le proprie idee: essere motivati e avere opinioni forti significa essere pronti a una negoziazione intellettuale di alto livello con i membri del proprio team.

Ma nel caso in cui la nostra negoziazione non ci porti a ottenere il risultato sperato, ovvero che l’idea dominante scelta dal gruppo non sia la nostra, quello che accade nelle personalità forti e dotate di forte leadership senza la pelle abrasiva è che questa idea generata dal gruppo diventa loro in tutto e per tutto e costoro si trasformano in una risorsa potente e straordinaria del gruppo.

Questa è il prodotto più straordinario benchè difficile derivante dell’intelligenza sociale posseduta dai veri leader.

Riuscire a portare idee, negoziare con forza per fare prevalere le proprie, sostenerle se vincono e se non vincono sostenere le idee del gruppo come se fossero le proprie fa di un membro del team un leader efficace..

Analogamente la gestione delle personalità abrasive è veramente complessa: mentre personalità con forte leadership che hanno intelligenza sociale e fanno proprie le idee degli altri è il miglior beneficio è la più grande potenza di un team, coloro che non lo accettano depotenziano e minano le risorse della squadra.

A ben pensare, a tutti quanti è capitato di rivestire il ruolo, almeno una volta, di personalità abrasiva.Sappiamo bene quanto sia piacevole in caso di successo e disagevole viceversa sentirsi coloro che muovono tutto il gruppo in direzione delle proprie idee anche quando queste non sono le più adeguate.Da bambini, c’è sempre quello che, sebbene sia il proprietario della palla, quando non si gioca come vuole lui dice “la palla è mia e se non mi diverto me ne vado a casa… e mi porto via la palla, così voi non giocate più!”

Ma se è pure vero che abbiamo tutti questo piccolo difetto di fabbrica, ovvero di essere fortemente motivati quando abbiamo ragione noi, è pure vero che a un certo punto della vita , abbiamo bisogno di evolvere e lasciare alle nostre spalle le piccole ripicche che andavano bene all’asilo o alle scuole elementari, quando la palla era nostra e potevamo decidere se gli altri giocavano oppure no.

Essere capaci di creare un’idea insieme ad un team, farla propria, trasformarla in un progetto e mettere tutta la propria motivazione, energia e competenze per realizzarla è la vera base per la costruzione di team che creano risorse enormemente più grandi di quelle apportate dei singoli.

Quindi anche tu fai una riflessione attraverso queste semplici ma potenti domande:

Sei riuscito a ridurre l’impatto delle tue convinzioni e non attivare la tua “personalità abrasiva”’?

Sei in grado di negoziare e combattere per le tue idee fino al punto di non diventare urticante?

Sei in grado di accettare le idee del gruppo e portarle nella tua mente esattamente come se fossero tue?

Riesci a renderti responsabile della loro realizzazione come se fossero nate da te?

Quando le risposte a queste domande saranno affermative, potrai affermare di riuscire a mettere la tua leadership a disposizione del tuo gruppo in modo evoluto, efficace e produttivo e solo allora potrai dire di esserti tolto la pelle di carta vetrata che ognuno di noi, anche in piccola parte e per momenti limitati, ha ricevuto in eredità.

 

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Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi

Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi

Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi

“You can’t always get what you want” così cantavano anni fa i Rolling Stones in una famosa canzone. Questo monito è stato una specie di profezia per i tempi che stiamo vivendo. Ho pensato molto prima di scrivere questo articolo ma credo che sia necessario farlo per chiarificare una volta per tutte che esiste una differenza radicale tra i sogni e la realtà.
Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi. Questo è il mondo e la realtà che viviamo. Punto.
Potrei finire qui. Semplice e comprensibile ma difficile da accettare nel periodo nel quale stiamo vivendo.
Un periodo nel quale i libri più venduti hanno titolo tipo “se vuoi ce la fai”, “puoi ottenere ogni cosa”, “realizza i tuoi sogni in cinque mosse”, ecc…
Siamo in un epoca nella quale se si desidera qualcosa non si ha che da chiedere! La tecnologia poi ha aggiunto un ulteriore aspetto a questo. Puoi avere tutto SUBITO!
Vuoi acquistare qualcosa? Vai su Amazon e lo compri, con un click e domani lo ricevi, o tra un’ora addirittura! Vuoi vedere un film? Click! Vuoi leggere un libro, lo scarichi e lo hai disponibile subito.
Se vuoi, puoi. Subito.
Ma se non puoi? Allora puoi illuderti che sia possibile. Troverai qualcuno cha una pillola, un rimedio, una strategia, o cinque mosse!
Le nuove generazioni poi, ancora meno hanno una idea precisa di cosa significhi l’attesa o addirittura la conquista.
Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi.
Provate a dirlo ad un bambino o ad un giovane ragazzo o ragazza. Semplicemente non è possibile prenderlo nemmeno in considerazione.
Ho sentito persone che sono certe di poter scalare una vetta di 8.000metri o correre la finale olimpica dei 100 metri solo per il fatto di volerlo fortemente! Pensate davvero che sia sufficiente desiderare fortemente una cosa? Pensate davvero che la forza del desiderio sia quello che compie la magia? No. Non lo è.
Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi.
A meno che…

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A meno che non si capiscano 3 cose:
La prima: bisogna lottare come matti. Bisogna soffrire, rischiare, faticare, accettare l’errore, sentirsi inadeguati, provare dolore, perdere, rialzarsi, battersi, insistere, e talvolta rinunciare! A volte per arrivare fino alla realizzazione di se stessi e dei propri desideri e sogni bisogna accettare che nonostante “Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi”, bisogna battersi pur rischiando di perdere!!!
Se non accetti il sacrificio, la fatica fisica, intellettuale, emotiva, tecnica, psicologica non puoi realizzare cose grandi. Se non accetti che devi migliorare, confrontarti con te stesso, sfidare le tue competenze e i tuoi valori, le tue capacità e la stessa percezione di te stesso, non ce la potrai fare. Se non accetti di poter perdere come opzione, se non ne hai il coraggio, non ce la potrai fare.
Se non accetti questo primo punto, scoprirai che non puoi sempre ottenere ciò che vuoi.
Ma se lo accetti hai già fatto un grande primo passo.
Poi esiste un secondo aspetto.
Non arriva tutto subito. Ci vuole tempo, bisogna insistere, è necessaria la giusta quantità di pazienza. Dote rara la pazienza nel periodo che stiamo vivendo. Siamo in un periodo in cui la ricerca della massima velocità di realizzazione dei bisogni del cliente e delle persone ci ha viziato in modo incredibile. Non abbiamo più tempo di aspettare. L’attesa non è più piacere ma è fastidio.
Questo fa sì che quando ci diamo un obiettivo o abbiamo un desiderio lo vogliamo realizzare subito, ma questo semplicemente non è possibile.
I modelli che ci vengono proposti sono quelli di persone di successo che hanno tutto subito e ognuno di noi è convinto di potere fare altrettanto.
Senza la pazienza non abbiamo la possibilità di trasformare un pensiero in competenza. Ovvero non siamo in grado di imparare a fare le cose che servono e farle abbastanza a lungo perché portino i risultati che ci attendiamo.
Questo è il motivo per il quale molte persone si impegnano per un tempo breve e poi, non vedendo i risultati, lasciano andare progetti anche molto importanti. Per sentirsi appagati professionalmente si lavora, magari qualche mese, e se non arriva la soddisfazione, la promozione si tende a cercare qualcosa di diverso o si rischia di demotivarsi. Ci vuole tempo e il tempo richiede pazienza. Anche io sono vittima del mio essere impaziente e spesso questo mi toglie forza ma come si sa la pazienza è veramente la virtù dei forti.
Come si costruisce la pazienza? Questo sarà tema di uno dei prossimi articoli. Nel frattempo é necessario mettere la capacità di attendere che gli sforzi producano i risultati attesi nella lista delle cose da fare perché non si avveri il detto che non puoi sempre ottenere ciò che vuoi.
E per finire c’è il terzo aspetto fondamentale.
Spesso e volentieri mi trovo a confrontarmi con persone che, nonostante abbiano grandi aspettative, sogni e forti desideri, orientano i loro pensieri nella direzione sbagliata.
Mi riferisco al fatto che talvolta sento persone che, con grandi competenze, passioni sfrenate e una grande determinazione e chiarezza nel voler iniziare una attività collegata alle loro capacità e alle loro passioni, si focalizzano su quello che e il problema e non sulla soluzione.
Ogni cosa che noi vogliamo realizzare presenta problemi, è costellata di ostacoli e ed esistono sempre buoni motivi per non iniziare nemmeno a lottare per ottenerla.
Per esempio ci sono persone che non iniziano attività imprenditoriali perché “hanno il mutuo da pagare”.
Insomma, moltissime persone focalizzano i loro problemi sugli ostacoli e non sull’obiettivo o sulle soluzioni.
In questo modo succede che talvolta l’unico problema che ti impedisce di realizzare ciò che vuoi sei tu.
Il funzionamento della nostra mente e semplice. Poco fa dicevo che non è sufficiente e desiderare una cosa per ottenerla ma di certo è sufficiente pensare che sia impossibile realizzarla per non muovere nemmeno il primo passo nella direzione della realizzazione stessa.

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Quindi il terzo punto è orientare i pensieri verso l’ottenimento del risultato e il risultato stesso e non sugli ostacoli che ci impediscono di realizzarlo.
Questo non significa affatto che gli ostacoli non ci siano, ma anche chi corre i 400 m ostacoli, nota l’ostacolo e lo salta ma non tiene il suo sguardo sull’ostacolo stesso. Notare le difficoltà e gli ostacoli è una buona caratteristica ma focalizzarsi solo su questi è il modo migliore per perdere tempo e perdere forza.
Anche questo aspetto è fondamentale, per riuscire a realizzare le proprie aspettative.
Quindi, per essere pratico e concreto, te li riassumo.
Se vuoi sfidare i Rolling Stones e pensare che talvolta puoi ottenere ciò che desideri ricorda che:

  1. Accetta il sacrificio e lo sforzo e mettiti a lavorare duramente pur senza la certezza di riuscirci;
  2. Sviluppa pazienza. Hai bisogno di tempo Per costruire cose concrete e per sopportare la fatica emotiva di non vedere i risultati realizzarsi subito, è necessaria la pazienza.
  3. Orienta i tuoi pensieri e la tua mente verso ciò che vuoi ottenere e non sugli ostacoli che ti separano dalla meta; osserva le difficoltà e gli ostacoli e la ripone immediatamente la tua energia e il tuo focus su ciò che vuoi ottenere.

Credo che questi tre punti insieme possano dare una gran mano, certo non sono una magia, ma di certo aiutano ad avere la giusta energia il giusto tempo e la giusta concentrazione verso ciò che è importante e, forse, per una volta è possibile ottenere ciò che vuoi.
Alla faccia dei Rolling Stones!!

Vuoi sapere come realizzare i tuoi obiettivi più facilmente? Vieni a scoprirlo sul sito WAVE coaching

La via del del coraggio 

La via del del coraggio 

Esiste la via del coraggio. Per trovarla bisognerebbe imparare a misurare gli altri da ciò che fanno, da come si comportano e non da ciò che dicono. I comportamenti e le azioni definiscono chi si è realmente mentre le parole manifestano pensieri, bisogni, intenzioni, anche progetti. Ognuna di queste cose ha bisogno dell’azione per trasformarsi in realtà. Le azioni sono quindi la vera essenza del nostro vivere e costruire. Le azioni sono la via del coraggio.

Ho sempre lavorato e costruito idee con le parole, poi ho capito che l’esperire, la sperimentazione vale mille volte di più per imparare e per creare.

Valutare e misurare le azioni appare crudo e cinico, in realtà é solo razionale ed efficace.

A volte, nel mio caso spesso, le parole non hanno coinciso con le azioni. Perché? Se escludiamo la malafede, che ritengo non sia il mio caso, a volte manca la capacità, a volte il coraggio, a volte è la chiarezza.

Le prime due cose si possono imparare e allenare.

Di certo è più facile imparare nuove forme di pensiero e nuove competenze che sviluppare coraggio.

Eppure entrambe le cose si possono apprendere e sviluppare. Come? Dipende.

Non è il modo per sfuggire alla risposta ma davvero dipende da chi siamo, dalla nostra storia e dalla nostra psicologia e personalità. Quindi é estremamente soggettivo, non ci sono ricette che valgono per tutti e nemmeno pillole che aiutino. Oddio, quelle si ma i danni collaterali sono infinitamente peggiori e poi sono giustamente illegali!!

Ma ci sono un paio di cose importanti da sapere valgono per tutti.

La prima è che non si impara tutto subito, ne la capacità ne il coraggio, si impara poco a poco, passettino per passettino. Ci vuole pazienza e tenacia ma é possibile farlo.

La seconda cosa da sapere è che non basta pensare, bisogna agire. Una cosa per volta ma farla e proseguire fino in fondo.

E man mano che proseguiamo, alleniamo il muscolo del coraggio, perché il coraggio è come un muscolo. Esso va esercitato, allenato, stimolato e se lo facciamo diventa più forte, solido e si trasforma in un nostro potentissimo alleato.

Eppure non sono sufficienti capacità e coraggio: è necessario elaborare in modo profondo e tenace il terzo aspetto: la chiarezza.

Questo terzo aspetto è il più complicato, importante e dirimente dei tre.

Ha a che vedere con la consapevolezza, la maturità, la determinazione e la capacità di creare una strada da percorrere.

Non è importante che questa strada sia l’intero percorso della nostra vita, è fondamentale che sia la direzione che vogliamo prendere e che ci impone di agire con coraggio e competenza.

Se la strada che immaginiamo è troppo lunga, ovvero guardiamo troppo avanti nel tempo, non avremmo mai abbastanza coraggio come pure se non abbiamo nessun idea di dove stiamo andando.

In questo caso trovare una risposta è l’unica tecnica apparentemente è semplicissima che esiste, il problema è la domanda.

Che cosa vuoi?

Intendo: che cosa vuoi, davvero!?

Questa è la domanda semplice, diretta, fondamentale, travolgente, rivoluzionaria.

La risposta questa domanda ti aiuta a trovare il coraggio di agire e la competenza per farlo.

Quindi vai davanti al primo specchio che trovi, meglio in un posto poco affollato, guardati dritto dentro gli occhi e fatti questa domanda: che cosa vuoi tu davvero?

La risposta che troverai sarà l’inizio del tuo allenamento al coraggio e alla competenza.

Buona esplorazione!

Parole, pensieri ed emozioni 

Parole, pensieri ed emozioni 

Le parole sono in grado di costruire scenari meravigliosi, prospettive, dare vita ai sogni e muoversi in direzione di ciò che vogliamo.Ma non esiste nulla di più importante delle nostre emozioni.

Le nostre emozioni sono in grado di interpretare il mondo in modo più profondo, efficace, concreto, e specialmente si traducono direttamente in azioni.

Per vivere una vita piena è necessario mettere insieme i nostri pensieri con le nostre emozioni, imparando a fidarci di loro e a comprendere ciò che ci comunicano nelle varie situazioni.

Le nostre emozioni sono in grado di comprendere il mondo in mondo vero molto meglio di quanto ogni nostra analisi o pensiero possa fare. Se non siamo in grado di fidarci delle nostre emozioni questo significa solamente che non abbiamo il coraggio di vivere intensamente la parte più profonda di noi, quella che ci fa sentire vivi, quella che ci fa battere il cuore e ci toglie il respiro di fronte alle cose importanti e straordinarie di questo pianeta.

Io auguro a tutti voi che il 2017 sia in grado di regalarvi una nuova consapevolezza emotiva per capire chi siete davvero, cosa volete davvero, ed avere il coraggio di vivere pienamente ogni emozione che provate per fare della vostra vita un capolavoro di colori.

Vuoi cambiare la tua vita? Fallo con grinta!

Vuoi cambiare la tua vita? Fallo con grinta!

Ci sono cose che ci aiutano a costruire risultati duraturi e straordinari e permettono ai nostri sogni diventare realtà e spesso non sono quelle che ci aspettiamo, come ad esempio la grinta!

Costruire il nostro successo è meno banale di ciò che non appaia… o meno comodo.

Solitamente per ottenere risultati eccellenti si parla risorse interne quali la determinazione, la perseveranza, la tenacia, ma molto più spesso nelle scuole, le università e gli enti formativi si va alla ricerca di altri elementi per individuare persone di potenziale successo, come ad esempio le competenze, l’intelligenza e i talenti.

Se fosse il talento che rende una persona capace di ottenere risultati grandi e duraturi dovremmo partire dal presupposto che la prima ricerca da fare siano proprio le naturali inclinazioni verso talune materie o talune altre. Se fosse l’intelligenza sarebbe sufficiente misurare il quoziente intellettivo.

Le neuroscienze ci stanno dimostrando che non è esattamente così, che c’è di più.

 

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Il talento è ciò che riusciamo a fare più naturalmente e con minore fatica ma questo non significa che ciò che riusciamo a fare in modo semplice sia anche utile.

Non sempre ciò che é comodo è anche utile ciò che è utile è anche comodo.

Esiste tutta una serie di interessanti ricerche e di studi che portano ad osservare in modo molto attento e strutturato il tema della capacità di vivere la vita e i propri obiettivi da due punti di vista.

Le competenze e l’atteggiamento.

Le competenze si possono acquisire con programmi di studio o di formazione. Programmi ben strutturati di apprendimento ci permettono di ottenere nuove conoscenze, nuove competenze e metodi più efficaci.

Ma la vita è più simile ad una maratona che ad uno scatto breve.

Per affrontare sforzi di lungo periodo è necessaria la volontà e la determinazione di fare le cose che vanno fatte. Questo non ha a che vedere molto con la conoscenza bensì con la motivazione e la determinazione di arrivare in fondo.

Se non lo avete fatto leggete Mindset di Carol Dweck (https://www.goodreads.com/book/show/40745.Mindset) un bel libro che illustra gli studi di questa psicologa della Università di Stanford alla luce dei quali si scopre che la motivazione e l’approccio mentale sono gli elementi in grado di creare il contesto per essere vincenti.

Se la vita è più simile ad una maratona, per ottenere grandi successi abbiamo bisogno di continuare a lottare per i nostri scopi per un lungo periodo anche in mezzo a difficoltà e sconfitte.

 

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Avere il giusto atteggiamento e la giusta determinazione è la via per tenere in mano il nostro destino.

Questo ci permette di rialzarci quando siamo a terra e proseguire con forza e motivazione nella ricerca delle soluzioni che ci permettono di realizzare ciò che vogliamo veramente costruire.

Per riuscire nella vita ci vuole quindi determinazione, perseveranza e atteggiamento; qualcuno chiama questo grinta.

In questo bel video di ted intitolato “The key to success? Grit”,  Angela Lee Duckworth ci aiuta a capire il valore della grinta nella costruzione di risultati solidi e duraturi.

Il concetto della grinta è enormemente interessante ed appassionante poiché ci permette di rimanere motivati e determinati per un lungo periodo di tempo piegando il destino al nostro volere. Quindi se vuoi cambiare qualcosa di profondo nella tua vita prima di tutto devi trovare la grinta necessaria per essere fortemente determinato e motivato per un lungo periodo di tempo fintanto che la vita non ti restituirà i frutti degli sforzi che avrei fatto per tutto quel periodo.

Vai alla ricerca della tua grinta e troverai i tuoi risultati.

Le persone non vogliono sapere come andrà a finire… Vogliono sapere come andrà!

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Il Wave e il volo a vela

Il Wave e il volo a vela

Una volta in più ho avuto la fortuna di vivere un’esperienza entusiasmante in mezzo a persone straordinarie e non intendo certo perdere l’occasione di raccontarvela. Mi riferisco in particolare all’opportunità che ho avuto, insieme al coach Lucia Francolini, di lavorare con la Nazionale di volo a vela, una disciplina che in Italia non è particolarmente conosciuta né promossa dai media nazionali ma che ha nella nostra nazione ha una interessante diffusione specialmente fra persone speciali capaci di competere a livello mondiale.

Il volo a vela, o volo in aliante, è uno degli sport davvero entusiasmante poiché fonde la capacità tecnica di condurre un velivolo più pesante dell’aria a fare cose apparentemente impossibili come veleggiare per centinaia di chilometri, con la strategia e la tattica necessaria ad arrivare prima degli altri concorrenti ad un traguardo lontano. I velivoli moderni dispongono infatti di una capacità di performance straordinarie alle quali il pilota, oltre le capacità aeronautiche, aggiunge la capacità strategico tattica di prendere decisioni in modo appropriato, veloce e strategico.

L’opportunità di portare il nostro sistema di wave coaching a questi straordinari atleti si è aperta qualche mese fa quando, dialogando con Luciano, coach della Nazionale, ho avuto modo di raccontare il nostro approccio e il nostro stile nello sviluppare performance di alto livello con atleti di ogni tipo e di ogni livello.

Da quel breve dialogo, avvenuto ormai qualche mese fa, è nato un progetto di sviluppo che mette al centro le neuroscienze nella costruzione dei risultati degli atleti della squadra nazionale e nelle varie discipline in essa rappresentate.

In modo del tutto improprio e semplicistico è importante sapere che le gare di volo a vela sono fondamentalmente gare di velocità nelle quali gli atleti si sfidano a raggiungere più velocemente il punto di arrivo pur non avendo, in linea teorica, le risorse necessarie per poterlo fare poiché la loro quota, rispetto alla capacità (efficienza) dell’aliante stesso, non sarebbe sufficiente a raggiungere il punto di arrivo. Per fare questo, infatti, i piloti devono avere la capacità di sfruttare le condizioni meteorologiche, le correnti ascensionali e le risorse che offre la natura per poter guadagnare altitudine e velocità e quindi raggiungere la linea del traguardo (approfondisci su wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Aliante o sul sito della federazione http://www.voloavela.it).

Questa non è che una enorme semplificazione di tutte le discipline che la squadra si troverà ad affrontare nelle prossime date dei vari campionati, non ultimo quello del mondo.

Una competizione di questo tipo richiede l’attivazione di ogni parte della mente di un atleta e presenta diverse complessità fra le quali il tempo di attesa, la pazienza, la capacità di decidere, la lettura dell’ambiente e molte altre situazioni che sfidano sia la dimensione razionale che quella emotiva degli atleti.

In questo scenario il ruolo del Wave coaching è quello di sviluppare ulteriori competenze per elaborare la realtà e decidere in modo appropriato ed efficace, oltre che introdurre il tema della leadership emozionale per fare in modo che la mente più profonda ed emotiva si trasformi in una risorsa e non una interferenza.

Nei due giorni passati con gli atleti della nazionale abbiamo avuto modo di introdurre il nostro modello e sperimentare, seppur senza andare in volo, alcuni esercizi e competenze di base. Alla fine del primo weekend il risultato è stato quello di generare aspettative ed entusiasmo; ora si tratta di portare le nuove conoscenze e consapevolezza la dove servono: in cielo.

Avremo infatti la possibilità di portare, con Lucia Francolini, le nuove competenze direttamente nell’abitacolo dei piloti e permettere loro si sperimentare strumenti e strategie del wave nelle sessioni allenanti e trasformare le nuove conoscenze teoriche strumenti pratici.

L’occasione sarà quella del ritiro della squadra a Calcinate del Pesce nel corso della settimana di ritiro tecnico di marzo.

E’ entusiasmante pensare che il WAVE coaching stia crescendo non solo negli sport terrestri ed acquatici ma anche in quelli aeronautici ed in special modo in un mondo così appassionante come il volo a vela, nel quale le emozioni e la mente fanno la differenza ed in special modo di farlo con persone eccezionali come i nostri piloti della nazionale.

Se il 46 diventa 23!

Se il 46 diventa 23!

Raramente mi trovo a scrivere un articolo di getto, ma questa volta credo che sia venuto il momento di farlo.

Ho appena rivisto, con attenzione, le immagini della gara del mondiale di moto GP vinto da Pedrosa a una sola gara dalla fine del campionato, gara nella quale il campione Valentino Rossi si gioca il suo 10º titolo mondiale che lo porta direttamente nella leggenda.

La spiacevole situazione nella quale, ad un certo punto, dopo i ripetuti attacchi di Mark Marquez, Valentino ha perso il contatto con quello che stava avvenendo e ha scelto, ritengo poco razionalmente, si lasciarsi coinvolgere nella poco chiara bagarre con Marquez e porsi nella spiacevole situazione di diventare vittima delle proprie emozioni e giocarsi la via della leggenda ha segnato il destino di questa gara e di questo mondiale.

Non mi interessa farne una questione di tifo o di passione, per la verità sono profondamente appassionato delle vicende di Valentino Rossi e tifo smodatamente per lui.

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In questo caso credo sia necessario evidenziare che, comunque andrà a finire questa vicenda, abbiamo assistito al classico caso in cui un atleta di livello straordinario diventa incapace di gestire la pressione emotiva e diventa schiavo delle proprie mozioni perdendo la forza e la capacità di generare performance straordinarie e diventando vittima della stessa passione che lo ha reso grande in altri frangenti.

Inoltre, mi colpisce come Valentino sia diventato vittima proprio di quella capacità di gestione emotiva che gli ha permesso di vincere i nove precedenti campionati del mondo rendendo i suoi competitore bolliti come polli attraverso una sottile pressione psicologica oltre che un talento cristallino.

In questo caso lo stesso meccanismo che gli ha permesso di essere grande lo rende umano e, più di questo, ne mette alla prova l’immenso valore, anche educativo, che il suo modo di interpretare il motociclismo ha sempre avuto per appassionati e non.

Si tratta ovviamente di un singolo episodio peraltro che rimarrà molto discusso e del quale io ho una mia idea che rimane irrilevante. Questo però non significa che quest’episodio verrà ricordato come uno dei momenti luminosi e splendenti della carriera di questo grandissimo campione.

Per una volta il 46 è diventato un 23.

Detto tutto ciò, continuerò a tifare per Valentino perché possa vincere il suo 10º campionato del mondo come, credo intimamente, si merita davvero essendo il più grande campione che il mondo delle due ruote ha conosciuto… almeno fino ad oggi!

Enjoy

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Partecipi o sei coinvolto?

Partecipi o sei coinvolto?

Stavo partecipando ad un interessante workshop nel quale si affrontava il tema del coinvolgimento e della partecipazione intesa come legame fra i membri di un team. Involvement è il concetto che riguarda il coinvolgimento delle persone in un progetto e quindi la loro adesione intellettuale e la loro partecipazione attiva.

Commitment è il termine che in inglese definisce una partecipazione molto più profonda e una condivisione quasi totale nello sviluppare un progetto, quasi ad esserne completamente parte.

Fra coinvolgimento e partecipazione il dibattito è sempre molto aperto ma ad un certo punto un brillante manager che gode della mia più profonda stima ha illuminato tutti con una metafora che ci ha fatto capire quanto sia importante non confondere il senso delle parole e trovare la giusta dimensione fra gli obiettivi personali e l’intensa partecipazione a quelli del team.

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Con una metafora davvero azzeccata ci ha raccontato che si capisce la differenza fra involvement e commitment pensando alle uova con il Bacon.

Nelle uova con back con la gallina è coinvolta (involved): ovvero si impegna moltissimo (non ha usato questo termine) per fornirti l’uovo tutti i giorni, con non poco impegno e determinazione, quasi che fosse una cosa naturale per lei darsi quel gran da fare.

Sempre nelle uova con Bacon, il maiale è committed!!

Lascio a voi ogni approfondimento sulle implicazioni che questo ha per il maiale.

Questo dovrebbe spingerci a ragionare sulla differenza fra coinvolgimento e partecipazione ed aiutarci a comprendere quali sono le giuste intensità da mettere in progetti e missioni organizzative.

Il tema della responsabilità personale e del senso delle cose lo rimanderemo ad un altro approfondimento.

Credo che in questo momento sia già sufficiente pensare alla colazione che avete fatto stamattina e alle vostre partecipazioni e coinvolgimenti.
Enjoy
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Le emozioni delle emozioni

Le emozioni delle emozioni

Ho finalmente deciso, dopo molte riflessioni, di scrivere i miei pensieri sul meraviglioso film della Pixar Inside out (di cui riporto in calce il trailer), che descrive in modo appassionante il modo in cui la mente di un adolescente, e non solo di lui, è influenzata e condizionata dalle proprie emozioni.

Dopo aver letto molti commenti e diverse opinioni, non ultima quella di Antonio Polito sul corriere mi sento di voler condividere alcune riflessioni che ritengo utili all’approfondimento delle evocazioni che la pellicola genera.

Mi rendo conto che quello che sto per scrivere ha un senso solo per coloro che hanno visto il film; per tutti gli altri ho una sola esortazione: andatelo a vedere.

E’ un film intelligente, a tratti geniale, che contiene elementi di riflessione spettacolari!

Se vogliamo è un po impreciso, manca di dettagli e sicuramente in parte banalizza processi complessi e articolati; guai se non fosse così, ma quello che è certo è vale ben più dei soldi che vi chiederanno per il biglietto.

E’ importante notare che, nonostante le considerazioni raziocinanti di Polito o le varie altre interpretazioni sul modo in cui la ragione si interfaccia alle emozioni, sono proprio quest’ultime le protagoniste della nostra vita e il film lo evidenzia in modo forte e piacevole.

L’idea di avere nella nostra mente una sala di controllo che alterna gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto è semplicemente favolosa!

Rimangono tuttavia marcate alcune situazione che meritano di essere approfondite e che generano nella mia mente (oddio chi nella mia mente!!!) alcune domande che mi fanno riflettere su elementi del film poiché non capisco se sono stati utilizzati con consapevolezza, oppure casualmente .

Il primo.

Nel trailer italiano, che riporta un bel passaggio del film, si nota che al centro della sala di comando del piccolo Riley nessuna delle 5 emozioni di base ha preso il controllo della situazione (c’è molta alternanza e confusione) mentre nella mente della madre, nel posto di comando della “plancia delle decisioni” c’è Tristezza (pare) mentre in quella del padre c’è Rabbia.

Perché questa scelta?

Gli uomini sono forse più arrabbiati e le donne più tristi? Non credo proprio!!

E’ una scelta collegata al momento che stanno vivendo i due adulti?

E’ una attitudine personale che ha a che vedere con il carattere?

E’ un caso? Non lo so ma fa riflettere!

Forse che ognuno di noi ha una emozione dominante che tende a orientare le altre?

Lascio a voi…

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Seconda riflessione

Vi sono momenti (lo si nota anche nel trailer), nei quali le emozioni stesse, proprio tutte, sembrano provare emozioni diverse da se stesse: Gioia prova tristezza, Disgusto prova gioia, Paura prova gioia e così via…

Cosa significa? Forse che anche le emozioni hanno la stressa struttura di pensiero degli umani? Ovvero anche le emozioni hanno nella testa altre 5 emozioni, le quali a loro volta hanno nella testa 5 emozioni, che a loro volta… insomma avete capito no!

Quanto in profondità dobbiamo andare per trovare una soluzione se questa ipotesi fosse vera?

Terza riflessione (e qui vengo a Polito)

Quale è il ruolo dei pensieri razionali e delle decisioni di libero arbitrio? Dove si trovano? Forse sono proprio nella mente delle emozioni? Ovvero ogni emozione è dotata di razionalità e libero arbitrio? Difficile da pensare!

Oppure la ragione risiede nei meccanismi di funzionamento della macchina che gestisce i pensieri e li stiva negli spazi della memoria? Quasi che la ragione non fosse altro che un programma di gestione dei pensieri automatico e robotizzato! Molto sconfortante se fosse cosi.

Ultima riflessione

Il messaggio del film è che ogni emozione è utile e che non possiamo pensare di poter fare a meno di una squadra di emozioni ben affiatata che opera nella nostra mente per poter vivere una vita piena e felice.

Quindi è un team? Ovvero vi sono diverse parti di noi nella mente che possono funzionare in accordo o in disaccordo!

Quindi è sempre una questione di teamworking (come nella situazione di gestione dell’emergenza da parte del padre nel trailer)

Questo non rischia di farci pensare che in qualche modo è plausibile avere una “personalità multipla”? (Mio dio!!)

Insomma potrei andare avanti a lungo a proporre altre riflessioni sul ruolo dell’amico immaginario, dell’oblio, della fantasia e della creatività, delle regole e della manutenzione dei pensieri, ecc…!!

L’unica vera risposta dopo tutte queste domande è che se un film è capace di generare cosi tante riflessioni e dialoghi, vale proprio la pena di dedicargli il tempo della sua proiezione!

Ne uscirete con le emozioni rafforzate e gratificate!!!

Buone emozioni a tutti.

Attento a come parli!

Scrivere o parlare di come funziona la nostra mente è sempre piuttosto complicato.
Eppure il tema del rapporto con noi stessi è centrale per vivere una vita piena di soddisfazioni in questo modo ed oggi vorrei portare la riflessione su qualcosa di semplice e gestibile: il modo in cui parliamo con noi stessi.
Ebbene si, ognuno di noi parla con se stesso (talvolta anche a voce alta e questo no significa necessariamente essere matti!!!), ovvero abbiamo una (o più) voce interna che, in modo diverso per ognuno di noi, commenta, racconta, suggerisce, giudica, gioisce e così via.
Questa cosa mi colpisce sempre moltissimo e  fa la differenza nel trasformare il  modo in cui elaboriamo il mondo circostante, interagiamo con gli altri, produciamo le nostre azioni…
Infatti, il  modo in cui noi parliamo con noi stessi, facciamo commenti ciò che ci accade, definiamo i pensieri, strutturiamo le ipotesi di conversazioni future, commentiamo comportamenti o azioni degli altri  e che viene definito dialogo interno, è il meccanismo più semplice di interazione con noi stessi.
La cosa bella è che è anche il meccanismo più facile da individuare e quindi più facile da cambiare.
Facciamo un esempio.
Se devo fare un colloquio con il mio capufficio o con il mio titolare e nella mia testa mi dico: “oddio, chissà cosa vorrà da me! Forse ho fatto qualcosa che non dovevo fare e nemmeno me ne sono accorto! Adesso se mi rimprovera che gli dico? Non sarà arrabbiato?!!!”
E’ facile immaginare che questo tipo di dialogo genererà emozioni tipo ansia, sconforto, paura o angoscia; questo non è sicuramente un bel pacchetto da portare con se per un colloquio importante.
Potrei fare molti esempi ma trovo molto più interessante la sperimentazione, quindi ti propongo un semplice esercizio per capire.

Esercizio 1

Prova a pensare ad una esperienza che hai vissuto recentemente e che ti ha dato emozioni positive (cerca di ricordare che esperienza era e come ti ha fatto crescere).
Prenditi una ventina di secondi per fare questo…
…….
Ora rispondi a queste domande:
-Cosa ti sei detto o detta di questa esperienza?
-Come la hai commentata?
-Cosa ti ha detto la tua voce interna?
Probabilmente, dopo che hai impiegato alcuni secondi per capire quale era il senso dell’esercizio che ti ho proposto e per scegliere l’esperienza che ti ho chiesto di attivare, la tua voce nella tua testa ha fatto commenti belli e positivi  proprio perché  ti ho chiesto di scegliere qualcosa che per te è bello.
Quella è la tua voce interna. Si, lo so, la conosci da sempre! Quando siamo bambini poi è anche più presente e squillante.
Ma in che modo questa voce ci può aiutare o ostacolare nella vita?

Esercizio 2

Proviamo:
Pensa ad una sfida. Una cosa importante che devi fare e che ha un valore per te e per il tuo futuro.
Pensaci alcuni istanti e lascia andare la tua voce interiore.
…….
Ora rispondi:
-Che cosa hai detto?
-Come hai commentato?
-Che cosa ti ha suggerito la tua voce?
Ora presta attenzione: quello che la tua voce interna dice (non quello che dici agli altri bensì quello che dici intimamente a te stess@) tenderà a diventare il tuo comportamento.
Il nostro dialogo interno condiziona e orienta i nostri comportamenti e le nostre azioni.
Se ti racconti cose belle e motivanti, sarai entusiasta e motivato. Se ti dici cose spiacevoli e negative, sarai sconfortato e demotivato.
Ricorda che non è una magia, tuttavia esiste una regola assoluta:

Non è detto che con la tua mente tu possa rendere possibile l’impossibile ma di certo puoi rendere impossibile il possibile!

Puoi limitare le tue capacità, rovinare i rapporti con gli altri, distruggere le tue aspettative , rinunciare alle tue opportunità.
Quindi portati via questa regola: se parli male agisci male.
Ora un po di allenamento mentale:  da domani, per una  settimana, hai il compito di orientare in modo positivo la tua voce interiore e di prestare attenzione ai risultati che otterrai.
Potresti rimanere sorpresa@!!!
Come? ah.. ho capito. Mi stai dicendo che non è facile e che la tua voce interna parte da sola. Giusto. Capita anche a me, ma il punto è proprio questo: se la mia voce interna mi dice “non ce la puoi fare”, io rispondo (sempre con la mia voce interna) “ce la faccio eccome! e ora te lo faccio vedere!!!”
Facile? Facilissimo!!!
Come? pensi che sia solo un trucco vero? Si, lo è ma ricorda sempre quello che dicono gli americano quando vogliono imparare qualcosa:
Fake it untill you make it!
Fai finta fin che non ci riesci per davvero.
Sembrerà banale ma funziona e spesso è in grado di cambiare ogni cosa.
La fortuna di danzare sotto la pioggia

La fortuna di danzare sotto la pioggia

Diffidate sempre da chiunque vi racconti che la fortuna non è uno degli elementi fondamentali del successo. Lo è.

Questa verità purtroppo è solo una parte del problema e ci spinge ad essere fatalisti.
In effetti, il nocciolo della questione non sta nel valutare se la fortuna sia o non sia uno degli elementi centrali per la costruzione di una storia personale fatta di soddisfazioni e di successo, il punto sta nel capire se la fortuna è qualcosa che possiamo crearci, sviluppare ed esercitare.
In effetti è plausibile che ci siano persone che nascono con una buona dose di fortuna ereditaria o genetica. Basti a pensare alle persone che nascono in posti più agiati di altri oppure in condizioni sociali favorevoli. Vero è che, anche in questo caso, qualcuno potrebbe contestare che essere benestanti o agiati non è necessariamente l’unico elemento per definirci fortunati. Accetto l’ipotetica contestazione e rilancio.
Ci sono persone che paiono disporre della fortuna del mitico Gastone da Paperopoli in modo automatico. Intendo proprio in tutto! Nella finanza, in amore, nel lavoro, nella salute…. Mah! Beati loro!
Per tutti gli altri, me compreso, c’è da chiedersi se la fortuna sia qualcosa che può essere esercitata o praticata.
Nell’esplorazione e nell’analisi dei comportamenti e del modo di vivere delle persone che potremmo considerare estremamente fortunate ci sono alcuni atteggiamenti, approcci e azioni che tracciano un filo comune.
Due attitudini in particolare meritano di essere approfondire poiché appaiono più critiche degli altri elementi ed in particolare sembrano essere capaci di attrarre ed allenare ciò che chiamiamo fortuna.
Ma più di questo, queste due attitudini possono essere allenate e sviluppate come un muscolo!!!
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Il primo è lo spirito avventuroso e l’enorme voglia di sperimentare nuove vie per la realizzazione del proprio progetto di vita che queste persone hanno, godendo dei successi e accettando le sconfitte che derivano dall’esplorazione; in qualche modo trovano sempre godimento nella sperimentazione stessa e non nel risultato che ne deriva. Esercitarsi, applicarsi, ripetere nuove sperimentazioni fornisce stimoli meravigliosi.
Quindi, regola uno: essere avventurosi e curiosi e non smettere mai di nuovi stimoli e nuove prospettive all’interno del proprio progetto.
Il secondo atteggiamento, quello che marca una grande differenza da questo punto di vista, è l’atteggiamento positivo verso le cose.
Ognuno di noi vive una vita fatta di sorprese positive ed eventi negativi, di gioie e dolori, di sole e tempeste, eccetera…
Per chiamare la fortuna ed attrarre situazioni ed eventi che potremmo definire positivi, il grande segreto è riuscire a sorridere anche di fronte alle più grandi avversità.
Ho riscontrato questa forza nelle persone più incredibili che ho conosciuto: la capacità di esercitare l’ottimismo anche nei momenti più difficili, di fronte alle sfide più grandi della vita è una delle caratteristiche che accomuna le persone di successo o che considereremo fortunate.
Il sorriso è una scelta. Sorridere non è un gesto automatico o involontario. Sorridere è qualcosa che possiamo decidere di fare, anche di fronte a grandi dolori o grandi sconfitte.
L’effetto che un sorriso riesce a generare è incredibilmente produttivo, sia per quanto riguarda la capacità di attrarre altre persone e quindi focalizzare l’attenzione e la volontà degli altri di avvicinarsi a noi, come pure per la sua funzione di analgesico e antidolorifico verso le emozioni non piacevoli che gli eventi infausti generano a noi stessi.
Sorridere non significa fare finta che il dolore non ci sia o che le difficoltà siano già sparite. Sorridere significa che abbiamo voglia di affrontare le difficoltà come se fossero una nuova avventura e una nuova sfida.
Sorridere significa accettare gli altri e accettare noi stessi.
Sorridere significa chiamare a raccolta le energie che abbiamo intorno a noi per aiutarci a risolvere problemi e difficoltà.
Quindi, regola due: sorridi! 
Anche in mezzo alle difficoltà, anche col dolore, anche controvoglia.
Sorridi.
E per citare qualcuno che ha fatto dell’ottimismo e dell’atteggiamento il proprio destino e quello di un intero popolo, ricorda che
“La vita non è aspettare che passi la tempesta, la vita è imparare a danzare sotto la pioggia” Ghandi
La via della felicità si trova tra Icaro e Calimero

La via della felicità si trova tra Icaro e Calimero

Noi non siamo nati per compiacere gli altri.

Noi siamo nati per essere felici.

Il fatto che la felicità passi spesso dalle reazioni che gli altri hanno di approvazione o attenzione non significa che ciò che facciamo debba essere orientato all’approvazione o al compiacimento degli altri. Eppure, spesso e volentieri, e sempre di più in questo periodo storico fatto di amplificazioni “sociali”, la ricerca del consenso ci spinge a fare cose inutili, idiote o addirittura dannose.
Migliorare noi stessi significa trovare quella consapevolezza che ci spinge ad essere migliori per noi stessi, estendendo questo a poche persone davvero importanti.

La difficoltà nasce dalla naturale prospensione che le persone che ci amano hanno nel cercare di mantenerci come siamo e proteggerci. Questo, se esiste, genera senso di frustrazione e tende a mantenerci in quella zona di comfort che non ci aiuta ad evolvere. Se capita corriamo il rischio di voler appagare persone lontane da noi e magari non sinceramente interessate alla nostra evoluzione. Talvolta, addirittura, cerchiamo l’approvazione di persone famose, sconosciute e che rappresentano modelli sociali ai quali, non solo non è detto che valga la pena tendere, ma probabilmente è dannoso cercare di somigliare.

In questi casi diventa difficile avere la corretta comprensione di quello che è il nostro potenziale e di sono i nostri limiti.

Questo comporta sempre più spesso la necessità di essere circondati di specchi non deformanti, capaci di restituire a noi stessi la giusta immagine, creando un percorso che stia tra i nostri difetti e la speranza di poter diventare migliori.

Gli eccessi nell’evidenziare i difetti, che ritroviamo spesso in frasi del tipo “non sei capace…”, “ma cosa credi di ottenere…”, oppure, “perchè non ti accontenti, ecc… tendono a marcare i nostri limiti ed amplificarne la forza. D’altro canto coloro che cercano di appagarci amplificando le nostre capacità con frasi del tipo “sei davvero portato per questa cosa…”, “sei davvero in gamba!”, “se ti impegni di più puoi sfondare…”, ecc…, ingigantendo i nostri talenti, rischiano di darci una immagine non corretta delle nostre potenzialità.

Questi due fenomeni sono estremamente pericolosi per il nostro miglioramento.

Sentirsi troppo capaci di fare determinate cose diventa rischioso se non dirittura fatale trasformandoci in moderni Icaro con ali di cera (vedi questo interessante articolo di come la percezione di estrema competenza rischia di diventare fatale), come pure la sensazione di essere inadeguati o inefficaci concentrandosi troppo sui nostri limiti e difetti ci inibisce la crescita ed il miglioramento facendoci sentire soli ed affranti come il famoso pulcino nero Calimero.

Come sempre capita la verità sta nel mezzo e ciò di cui abbiamo bisogno è una cartina al tornasole sincera e capace di  restituirci un’immagine di noi stessi corretta, accettabile, piacevole e contemporaneamente ci fornisca i giusti stimoli per trasformare noi stessi in qualcosa di meglio.

Questo è l’intento che dovrebbe essere alla base dello sviluppo dei modelli di coaching: creare contesti condizioni nelle quali le persone possono trasformare loro stessi e diventare qualcosa di meglio ogni giorno.

Il Wave coaching nasce proprio per questo: per dare alle persone la possibilità di diventare qualcosa di meglio tutti i giorni.

Scoprire, rendere disponibile e potenziare il talento che ognuno di noi ha è la missione fondamentale di un vero life o mental coach.

Per questo un WAVE coach è uno specchio corretto, efficace e potente, impegnato a diventare una risorsa a disposizione di coloro che vogliono compiacere l’unica persona davvero importante: noi stessi.

Il WAVE coaching spiegato da me

In questo video introduco il sistema WAVE e i benefici che porta in termini di sviluppo e miglioramento per realizzare noi stessi, la nostra vita e i nostri obiettivi.

 

 

L’esploratore del quinto elemento

L’esploratore del quinto elemento

Ultimamente non mi capita così spesso di scrivere articoli per il mio blog. In effetti è una cosa che vorrei fare più spesso ma per una serie di motivi (o forse di scuse), o di mancanza di tempo, questo non avviene abbastanza.

Poi, accadono cose che ti obbligano a farlo.
 Ad esempio può capitare di vivere un evento speciale, o di incontrare una persona speciale, o di avere idee nuove e rivoluzionarie (almeno per per il nostro modo di vedere il mondo).
A me sono capitate tutte e tre le cose contemporaneamente!
 Il fattore scatenante, però, è proprio aver incontrato e aver avuto la fortuna di passare un po’ di tempo con un vero e proprio esploratore della mente, un avventuriero delle emozioni, un uomo alla costante ricerca di risposte: Alex Bellini.
Non ho intenzione di raccontare le gesta di Alex in questo articolo (pur suggerendovi di andare a vedere il suo sito http://www.alexbellini.it), ma senza retorica raccontarvi cosa mi ha dato. E mi ha dato tanto.
Talmente tanto che davvero un po’mi vergogno a dovevo condensare in poche righe.
Quello che posso dire è che, se ne avete la possibilità, cercate di incontrarlo e scambiare con lui alcune parole.
Scoprirete che con forza, determinazione, umiltà, e curiosità, quel giovane uomo è alla ricerca di risposte semplici a domande complesse.
Va esplorando quei luoghi della mente nei quali il normale diventa straordinario, quel luogo in cui le risorse che non credevi di avere vengono generate.
Se avrete la fortuna di incontrarlo, scoprirete un curioso osservatore e ascoltatore. Scoprirete che è possibile pensare in modo diverso alla nostra vita, alle nostre azioni, alle nostre paure. Scoprirete che guardare con gli occhi curiosi di chi vuole capire, genera passione ed entusiasmo in colui o colei che quegli occhi li guarda. Scoprirete che le vostre emozioni sono davvero la risorsa più immensa che possedete. Scoprirete che è possibile fare cose che fino al momento prima ritenevate impossibili. Insomma… Scoprirete!
Questa è l’unica verità. Incontrare Alex ti fa diventare, anche fosse per un solo attimo, un esploratore. È successo a me in una sera passata a raccontarci il senso delle cose, dei sogni, degli obiettivi e della vita. Mi sono riscoperto avventuriero ed esploratore; mi sono riscoperto curioso e appassionato; mi sono riscoperto capace di immaginare, fantasticare di sognare. Se pensate che questo sia poco dovreste davvero provare e vi ricredereste in pochi minuti! Perché alla fine di tutti i conti, alla domanda che ad Alex viene posta “chi te lo ha fatto fare”, la risposta vorrei darla egoisticamente io: ciò che Alex ha fatto ha avuto su di me e le persone che erano con me la capacità di spostare i nostri limiti un po’ più in là e questo è il più grande dono che ci può essere.
Ecco perché esistono gli esploratori, ed ecco qual è la loro funzione sociale: farci capire che il mondo così come lo conosciamo è solo una minima parte di quello che c’è ancora da scoprire e con il loro coraggio ci aiutano a fare un passo in più e rendere noi stessi e le cose intorno a noi un po migliori.
So che in queste righe non può trasparire tutto il valore che questo ha ma vale sempre la penna di provarci…
Nella speranza che ognuno di noi diventi ogni giorno di più, un curioso e coraggioso esploratore ciò che di meglio possiamo diventare.
Grazie Alex!
Il manipolo

Il manipolo

Quando mi sono sentito dire da un amico manager che avrebbe avuto bisogno di un “manipolo” di soldati per superare il momento difficile, ho subito pensato in modo negativo.

La parola usata mi evocava significati non positivi e addirittura inappropriati ed inopportuni.

L’amico sorridendo mi ha spiegato che il manipolo per lui era una concetto positivo, di aiuto e supporto. Una strategia vincente in una battaglia che aveva regalato all’esercito romano molte vittorie. Il manipolo è la base della coorte, cantata nel nostro inno nazionale e contiene significati di aiuto, coordinamento, supporto e protezione.

Mi è parso un concetto interessante su cui riflettere in questi tempi turbolenti!

Da Wikipedia:

“Durante la seconda guerra sannitica, tra il 321 e il 315 a.C., Roma raddoppiò la leva, passando da due a quattro legioni, divise ognuna in 30 manipoli, cioè reparti di fanteria di ridotte dimensioni, fatti per muoversi in maniera molto dinamica, composti da quattro file: veliteshastatiprincipes e triarii. Nella tattica manipolare la seconda linea (gli Hastati) proteggeva la ritirata dei resti della prima linea (i Velites), la terza aiutava la seconda e così via; l’esercito romano era, quindi, molto più manovrabile degli altri e riusciva a portare anche più di un assalto, a differenza di quello degli avversari. Secondo la tradizione, la tattica manipolare fu introdotta nell’esercito romano da Marco Furio Camillo. Il manipolo rimase l’unità base dell’esercito fino alla seconda guerra punica, prima ancora della riforma di Gaio Mario che crea una nuova unità detta cohors cioè la coorte ovvero l’unione di tre manipoli.”

 

 

 

Passione e Creatività guidano l’innovazione – Simone Sistici at TEDxBologna

Passione e Creatività guidano l’innovazione – Simone Sistici at TEDxBologna

Ecco la clip del mio intervento a TEDx Bologna. Pur iniziando con alcuni raccordi “acrobatici” il tema è quello dell’intercettazione della funzione che ha la passione nel superamento del limite del comfort e della sua capacità di divenire ponte e di condurci “nel nuovo”, in novus.

Il concetto è la dimensione cognitiva della passione intesa come piacere-dolore e del suo attivatore: l’entusiasmo.

Un ulteriore ringraziamento ad Alfredo di Housatonic per la sintesi in scribing. Davvero geniale nella capacità di sintesi e nell’induzione grafica. Bravo!

Buona visione.

Passione e Creatività guidano lInnovazione – Simone Sistici at TEDxBologna – YouTube.

Il volo- non sottovalutare la forza dei tuoi sogni

Il volo- non sottovalutare la forza dei tuoi sogni

Oggi sono felice di annunciare l’uscita del mio libro “il volo-non sottovalutarla forza dei tuoi sogni” nella sezione libri per ipad di iBookstore. Questo libro è frutto di una delle mie follie sperimentali. Ormai la redazione dello scritto ha una certa età: è stato completato infatti nel 2003 ed è quindi prossimo compiere 10 anni. La follia deriva dal fatto che a quell’epoca ero in un periodo di grande trasformazione personale e i miei obiettivi erano in fase di ridefinizione. Durante un corso di formazione nei quali uno dei miei maestri mi stava aiutando ritrovare la mia strada che si era annebbiata, mi colpì la sua esortazione di avere il coraggio di rendere pubbliche le mie intenzioni depositando nelle mani di quante più persone possibile i miei obiettivi. Lì per lì non compresi bene la portata di quell’indicazione, ma come talvolta mi capita, decisi di sperimentare con diligenza l’indicazione. Così feci e a tutti raccontai della mia intenzione di scrivere un libro. Da li ad alcuni giorni un desiderio nella mia mente divenne argomento di dialogo in quasi tutti convenevoli, gli incontri, i ritrovi con coloro che avevo informato della mia volontà. Il mio obiettivo era diventato un’aspettativa diffusa che mi circondava facendomi sentire obbligato dare inizio alla scrittura che all’epoca consisteva in poche righe di introduzione. Fu così che scoprii la forza che ha il rendere pubblico un proprio obiettivo e in quel modo ebbe inizio la redazione di “il volo”. Quando oggi mi capita di leggerlo, sorrido perché il ricordo di quel periodo, della situazione nella quale mi trovavo quando lo scrissi, delle aspettative che avevo è veramente interessante e mi porta ad un me stesso molto lontano. Oggi gran parte dei sogni delle intenzioni che ho riportato in quel libro si sono avverati o si stanno realizzando. Questo mi fa pensare che forse é giunto il momento di trovare la voglia e la forza di farlo nuovamente, o forse no… Forse é solo il momento di godersi la pubblicazione in una strina così importante. È come dice sempre la persona che più di tutti ne ha ispirato la redazione “ogni cosa arriva per chi aspettarla può”! Alla buon ora!
Buona lettura

Il volo-non sottovalutare la forza dei tuoi sogni

https://itunes.apple.com/it/book/il-volo/id574326582?mt=11

Abituarsi a cambiare.

Abituarsi a cambiare.

La riflessione che un paradosso, genera è sempre foriera di suggestioni e di riflessioni. Abitudine e cambiamento sono apparentemente due concetti che si annullano a vicenda. Eppure questo è uno dei fenomeni dei nostri tempi: dobbiamo abituarci a cambiare. Tutto cambia ad una velocità impressionante. Lo sentiamo su di noi, lo notiamo ancor di più nelle persone che amiamo e sono più “mature” di noi. Mio padre e mia madre faticano a relazionarsi con la realtà dei nuovi media, i quali definiscono la realtà in modo parziale e distorto o comunque troppo confuso. Eppure non possiamo, almeno nel qui ed ora, rinunciare alle nuove sfide. Probabilmente i miei genitori leggeranno  su Facebook ciò che sto scrivendo ma non capiranno che arriva dal mio blog, condiviso su un social media, che lo rimanda su Facebook, ecc.. ecc… Ma vera cosa che sorprende è che mio padre mi leggerà su FB!!

Diversa è la percezione di questo fenomeno da parte delle nuove generazioni digitali.

Lo notiamo nei giovani o nei bambini, che si relazionano con la tecnologia e l’informazione  in modo naturale, tanto quanto è naturale mangiare o bere. Debbo dire che la sensazione di frustrazione è talvolta spropositata.; spesso abbiamo la sensazione di rimanere indietro.

I fenomeni percettivi generati dai nuovi media non è trascurabile: la quantità di informazioni e di notizie che arrivano, esasperate nei tempi e nei modi, crea confusione a tal punto che sempre più difficoltosamente riusciamo a capire ciò che è vero e ciò che non lo è, ciò che è opportuno e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Fino alle situazioni più estreme. Fino a pensare che la vita sia un videogame e che sia possibile, alla fine del gioco, fare un altro giro, avere un’altra vita, resettare tutto e ricominciare. Vi sono terribili notizie in merito e questo non è per nulla tranquillizzante.

I film di holliwood sono così reali da non permetterci più di capire cosa è vero e cosa è fantasia. I videogame distorcono la nostra percezione della realtà. Le aziende ci spingono a modelli di relazione e di crescita sproporzionati. I modelli sociali di successo sono esasperati da fenomeni come Lady Gaga o PSY con la sua Gangnam Style, “vista e piaciuta” da oltre un miliardo di persone su YouTube.

A questo punto si rischia di perdere la bussola! Ciò che era in grado di definire un punto di riferimento alcuni anni fa, oggi non lo è più. Nemmeno le culture che poggiano i pilastri su consuetudini e abitudini millenarie non ci aiutano più: mentre scrivo queste righe, in Vaticano ci sono due Papi!!

Cambiare non è mai stata una scelta, ma un tempo si aveva più tempo (il bisticcio di parole è emblematico)!

Oggi all’obbligo di cambiare, naturale da sempre per la nostra specie e per tutte le altre su questo pianeta, si aggiunge la velocità della trasformazione. E’ forse colpa degli idioti ad alta velocità, ovvero i computer? Non solo. Forse è l’avvento dei telefoni cellulari? Può darsi. Ecco, è internet! Mah… credo che sia per diversi fattori ma questo non è più il punto: cosa sia la causa non è ciò di cui desidero scrivere. Il nocciolo è che oggi o cambi in autonomia o diventi schiavo del cambiamento, sono gli altri che ti cambiano ed a una velocità impressionante!

Cosa fare? Come difendersi da questo contesto? Come cavalcare, o almeno comprendere, l’innovazione e la trasformazione? Per quella che è la mia esperienza ci sono solo tre cose che funzionano  e che sono in grado di aiutarci.

La prima: la curiosità di un bambino!

Essere curiosi ci aiuta a capire. Essere curiosi come un bambino significa giocare. Non fatevi trarre in inganno dai giochi fast-food, i fast-game; giocare significa entrare nella parte e vivere l’esperienza. Questo ci accompagna all’esplorazione di un nuovo mondo e ci consente di approcciare le novità con entusiasmo e trasporto. Toglie la paura e lo sconforto. Ci avvicina con emozioni positive alle novità.

La seconda è: essere semplici.

Non complichiamoci la vita nei cambiamenti e nelle innovazioni. Stiamo semplici. Cerchiamo i benefici partendo dalle basi. Ricordiamoci che siamo davvero perfettamente in grado di complicare anche le cose più semplici. Evitiamo elucubrazioni o dissertazioni filosofiche: primo capire cosa, poi capire come, poi capire il perché. Se cerchiamo sempre prima il perchè rimaniamo statici. Se non si prova non si capisce. Punto.

Intus-Legere: leggere dentro!

Intus-Legere: leggere dentro!

Intelligenza. Parola abusata e spesso fraintesa. Personalmente ho una idea tutta mia di che cosa è l’intelligenza e di dove la si può trovare, ma questo non è importante. Quello che è importante è capire cosa NON è l’intelligenza!

L’intelligenza non è saccenza. La vera intelligenza non è nelle persone che sanno tutto e lo ostentano con presunzione e spocchia. E’ nelle persone che ascoltano anche quando conoscono l’argomento con curiosità e la voglia di imparare qualcosa di diverso, con il desiderio di avere una prospettiva nuova, con l’energia di derivante dalla sana curiosità di guardare dietro la maschera, andando al nocciolo delle cose, nella struttura di pensiero del proprio interlocutore.
L’intelligenza e la conoscenza sono due cose diverse che si integrano creando elaborazioni sofisticate e complete della realtà. Purtroppo talvolta le si confonde e si perde di vista la diversa funzione che i due aspetti hanno.
Ho interloquito con individui coltissimi ma disinteressati ad apprendere cose nuove se non da persone da loro considerate degne di farlo. Approccio che rende questi interlocutori poco interessanti o addirittura fastidiosi poiché incapaci di un ascolto attivo e profondo. Maestri nell’arte di ascoltare per replicare e mai per capire.

Viceversa ho incontrato persone semplici e magari privi di così alti contenuti ascoltare con curiosità, con la voglia di esplorare le idee degli altri, con la gioia della scoperta e la sorpresa dell’avventura. Ho capito che questo tipo di persone continua ad approfondire ed a imparare. Ho visto il sorriso nei loro occhi; un sorriso sincero, non di circostanza. Un sorriso che dice “ti accolgo e accolgo le tue idee come un dono (anche se ne ho delle mie …)”.

L’intelligenza è merce rara e quando la si trova se ne rimane affascinati.

Una volta in più ricordo a me stesso che la cultura è una cosa e l’intelligenza è un’altra.
La cultura è ciò che so e l’intelligenza è la voglia, la passione e la capacità di esplorare il mondo di qualcun altro, di comprendere le idee che arrivano dagli altri e metterle insieme per creare qualcosa di nuovo.

Forse questo è uno dei motivi per i quali le neuroscenze indicano diversi tipi di intelligenza: l’intelligenza logica, quella intuitiva, l’intelligenza emotiva, ecc…

Spesso è sufficiente una approfondimento etimologico per capire ed è illuminante l’origine della parola intelligenza: Intelligĕre, contrazione del verbo latino legĕre, “leggere”, con l’avverbio intus, “dentro”.

Ovvero la qualità di saper leggere dentro alle cose,  andare nel profondo, capire in modo compiuto, esplorare ciò che ancora non si conosce.
Un’altra interpretazione etimologica rafforza la precedente: si pensa infatti che fosse una contrazione di legĕre con la preposizione ĭnter, “tra”.
Leggere-tra…. aggiungo “le righe”. Insomma esplorare e non imporre o ostentare.

La conoscenza e la cultura, sommate all’intelligenza e alla capacità di comprendere nuovi schemi e modelli, generano risultati straordinari. Purtroppo non sempre coesistono e non sempre riescono ad integrarsi creando crescita costante e miglioramento continuo.

Evitiamo dunque giudizi e pregiudizi. Non rinunciamo allo studio ed alla ricerca, non fermiamoci a uno solo di questi doni ma usiamoli insieme, uno in funzione e a completamento dell’altro. In questo modo sarà sempre più grande la crescita soggettiva come quella collettiva e comune.

Intelligĕre è capire, non ostentare.

Chi vuole vada…

Chi vuole vada…

Mia madre mi ha sempre detto: chi vuole vada, chi non vuole mandi…. Sapete com’è, non sempre si ascoltano i saggi consigli dei genitori, anzi molto spesso non li si capiscono neppure.

Poi, più tardi negli anni, questo detto ha perso di senso nella mia mante fintanto che… La mia prima e-mail mi è arrivata nel 1995. Fu una vera rivoluzione. La comunicazione prima di allora aveva tempi e modi diversi. Esistevano i fax ma non avevano lo stesso utilizzo né  lo stesso significato. Oggi la e-mail è uno degli strumenti che definiscono una identità organizzativa. Cosa è un collaboratore senza un indirizzo e-mail? Niente! Si sente perso. La prima cosa che si fa nel cosiddetto “on boarding”,  appena dopo aver assegnato una posizione fisica (la scrivania), è proprio quello di attribuire una identità elettronica: una e-mail.

Per la verità oggi i sistemi di comunicazione sono i più diversi: telefono, cellulare, e-mail, skipe, videoconferenze di ogni tipo, blog, wikis, chat, videochat, addirittura twitter o pagine riservate facebook like! Ma la mail…. La mail è OBBLIGATORIA!!

Credo che anche anche Alfred Nobel fosse animato dalle migliori intenzioni quando inventò la Dynamite, poi il suo utilizzo prese strade drammaticamente meno edificanti.

Credo che chi ha inventato la e-mail intendesse strutturare un sistema di comunicazione immediato, senza costi, veloce ed efficace. Purtroppo il suo utilizzo oggi è come quello della Dynamite: va usato con consapevolezza. In effetti alcune infinite repliche di e-mail con liste di distribuzione infinite hanno la sembianza di vere e proprie esplosioni!

La cosa bella delle e-mail è che ha cambiato tutto e ha distrutto la comunicazione per come la intendevamo trasformandone gli elementi fondanti. Il problema è che noi siamo sempre esseri umani e certe cose non cambiano o almeno è troppo presto per una trasformazione genetica della specie!

Se desideriamo essere efficaci nella comunicazione non possiamo affidarci esclusivamente alla mail. Questa è la base di un ragionamento molto più ampio ma necessario.

La mail può formalizzare, ricordare, strutturare una comunicazione che  ha a che vedere con l’informazione, non la comunicazione.

Alcuni dei fondamenti della comunicazione efficace sono i seguenti:

L’efficacia della comunicazione è data dal comportamento che genera (pragmatica).

La responsabilità della comunicazione è di chi comunica.

Questi due aspetti non trovano nella e-mail un alleato. Noi siamo esseri umani e abbiamo ancora bisogno di sentire la voce, di guardarci negli occhi, di capire le intenzioni e leggere le espressione per capire, per comprendere e e per agire! Le emoticon nelle mail NON SONO SUFFICIENTI!!!

Questo è il motivo per il quale solo oggi ho davvero capito il senso di quell’adagio di mia madre.

Se volete ottenere qualcosa, andate personalmente, o chiamate facendo sentire la vostra voce. Poi magari mandate una mail a formalizzare  a ricordare, a definire procedure. Ma se la cosa è importante non usate la mail come primo strumento se non siete assolutamente obbligati a farlo. Ma specialmente, per favore, per pietà, dimenticate il pulsante distruttivo “reply to all” (rispondi a tutti): è il modo migliore per fare capire a qualcuno che non state pensando a chi è in copia ma che state solo sparando informazioni nell’etere!!!

Chi vuole vada, chi non vuole mandi… UNA MAIL!

La sintesi

La sintesi per un leader è vita. I fronzoli infastidiscono i leader e questo a volte li rende un po “ruvidi” nei modi. Andare dritti al punto è faticoso, a volte tagliente, ma marca la distanza tra l’efficienza (la capacità di fare le cose bene) e l’efficacia (la capacità di fare le cose importanti).

In questo leadershot facciamo una breve analisi di questa skill del leader.

Buona visione

La malinconia delle rane

La malinconia delle rane

la differenza degli stili e degli approcci

Il laboratorio creativo che sto svolgendo è estremamente interessante e ha a che vedere con il futuro, la tecnologia, l’informatica. Un amico mi ha proposto una foto per farmi capire quanto sia possibile, con poche cose, trasformare la realtà e rendere le cose semplici e funzionali.

Spingersi con la mente nel futuro è fantastico, un esercizio cognitivo appassionante e capace di creare un grande valore. Crea opportunità per le persone e valore per le organizzazioni. La creazione di una visione futura è entusiasmante, motivante, utile e crea team performanti ed efficaci. Il disegno proposto sintetizza tutto questo. Una differenza tra il vecchio e il nuovo, tra il passato ed il futuro, tra il complicato e il semplice, tra l’entusiasmo e la malinconia… La malinconia…

E  poi… le rane!

Le rane sono animali estremamente malinconici. Basta guardarle in faccia. Rimangono attaccate al loro passato, ripensano costantemente  quello che hanno fatto, a come sono state alle cose belle che gli sono successe. “Si stava meglio quando si stava peggio…!” Le rane la pensano così. Le rane, come tutti gli altri animali, ad eccezione dell’essere umano, non riescono ad avere “memoria futura”. Non sono capaci di immaginare quello che avverrà, cosa gli accadrà, cosa potrà succedere.

Insomma, le rane non si preoccupano. O meglio, si preoccupano di mantenere la loro situazione, pensando al passato o tutt’al più al presente. Ma hanno dalla loro parte i ricordi, le fotografie, gli antichi successi. Il futuro è come il passato, niente cambierà perché niente sta succedendo. Per le rane c’è crisi. Perché? Perchè si stava meglio un tempo ed oggi tutto è più difficile. Poi i giovani. Loro non conoscono le cose importanti.

Ognuno di noi è un pò una rana. Quando siamo malinconici siamo un pò delle rane. Quando pensiamo che il passato sia meglio… “ai miei tempi sì che si stava bene, mica oggi…” Che sciocchezza! Ai nostri tempi si stava bene perchè eravamo più giovani, bella forza! Siamo come le rane. Malinconici. Ci preoccupiamo… talvolta ci preoccupiamo di fare in modo che nulla cambi davvero perchè pensiamo che la situazione non possa che peggiorare. Quando incontriamo una rana che pensa che il futuro potrebbe essere migliore allora ci innervosiamo. “Tutto va a rotoli e quello pensa che il futuro sarà migliore! Stolto! Non ha capito. Una volta andava bene, ma oggi no, e domani andrà peggio! C’è la crisi.” Così pensiamo talvolta.

Se non fosse una crisi? Se fosse che le cose cambiano come è nella natura delle cose? Che magari la nostra epoca è fatta di cambiamenti ancora più profondi e di trasformazioni ancora più significative e che noi dobbiamo essere pronti ad affrontarli? Se fosse che invece di essere malinconici e pensare al passato dovremmo usare la memoria del nostro futuro? Creare la nostra visione, la nostra profezia e poi iniziare a darci da fare per realizzarla, costi quello che costi! Potremmo immaginare come vivremo, che lavoro faremo, come giocheremo o cosa mangeremo, quali case abiteremo e come saranno fatte le nostre città?

Allora non saremmo più rane. Allora capiremo che intorno a noi tutto sta cambiando. Forse non sarà la rivoluzione ma di sicuro è l’evoluzione. Di sicuro nulla sarà più come prima, alla faccia della malinconia.

Le rane non si accorgono delle variazioni di temperatura troppo basse tanto quanto noi non ci accorgiamo dei cambiamenti di scenario troppo marginali. Se l’acqua nella quale si trovano cambia di un grado alla volta per loro non cambia nulla, proprio come per noi a volte è difficile cogliere i segnali deboli del cambiamento.  Solo di fronte a grandi sbalzi di temperatura, le rane si accorgono della variazione e prendono provvedimenti. Se improvvisamente la temperatura dell’acqua cambia di 15 gradi se ne accorgono, ma se cambia di un grado alla volta, non è per loro rilevante. I centri nervosi di una rana funzionano così. Fintanto che le variazioni sono tollerabili non si corre rischi. Come per noi: se le cose cambiano un poco per volta ci abituiamo in fretta alla nuova condizione, sempre che non sia troppo grande il trauma della trasformazione.

Se una rana si trovasse in una pentola di acqua fredda e sotto la pentola venisse acceso il fuoco, la rana morirebbe bollita una volta che l’acqua arrivasse all’ebollizione. Senza accorgersene morirebbe bollita. Non c’è niente che aiuterebbe la rana a capire quello che succede, perchè per la rana nulla starebbe succedendo.

Quanti di noi sono rane? Quante aziende e organizzazioni sono vittima della malinconia e funzionano come rane? Beh, vi garantisco che sono tante. Quando glielo si dice: “guarda che tutto si sta trasformando velocemente, non è la crisi, si chiama cambiamento!” Loro ti rispondono: “è sempre stato così, abbiamo sempre fatto così e ha sempre funzionato! Ora cosa dovremmo cambiare? Basta stare più attenti e risparmiare un poco, tanto non cambierà nulla, a parte la crisi!”. Ecco, è allora che capisco che sono rane. Che sono malinconiche… e che stanno per bollire!

Immagina la vita che verrà, pensa che sarà una bella avventura, immagina come vorresti esserne protagonista e goditi il viaggio. . Non accettare di essere una anfibio, una rana. Lascia che siano gli altri a pensare che era meglio un tempo. Guarda in avanti e cerca la tua rivoluzione dall’interno. Prendi ogni trasformazione come un dono e permettiti di goderne la sorpresa. Crea la tua memoria futura. Così ciò che le rane chiamano crisi, assumerà la dimensione che merita.

Viceversa, buon bagno tra le bolle!

LEADERSHOTS #10 | COERENZA STATICA E DINAMICA – YouTube

Un altro video che sintetizza concetti fondamentali per un leader. Nello specifico in questa pillola racconto la differenza tra la “coerenza statica” e la “coerenza dinamica”. Questo sottile concetto è  fondamentale per comprendere cosa significa flessibilità tattica e mantenimento della strategia globale. In questo modo si riesce a mantenere un obiettivo di medio o lungo periodo pur cogliendo le opportunità che le contingenze offrono. Questo ci permette di adattare la nostra rotta senza modificare la destinazione.

Buona visione.

LEADERSHOTS #10 | COERENZA STATICA E DINAMICA – YouTube.

LeaderShots #7 : Analisi e Strategia

viaLEADERSHOTS #7 | ANALISI E STRATEGIA – YouTube.

Dal canale di Gap Management, la sezione dedicata alla leadership viene affrontata con pillole e concetti che abbiamo chiamato Leadershots. Questi piccoli spezzoni rappresentano un momento di ispirazione e riflessione su diversi aspetti della leadership. Inizio a condividerli con voi dal numero… 7! Se ti stai chiedendo perchè non dall’1 sei sulla buona strada, manifesti curiosità! Se non te lo sei chiesto sei sulla buona strada: non sei omologato in convenzioni. Se ti stai chiedendo quando è che non sei sulla buona strada… Beh, se non guardi il video ovviamente!!!

Buona visione ed ENJOY!

Passione e Creatività- Tedx 2012 Bologna

Desidero condividere con voi il bellissimo video teaser realizzato per l’evento di TEDx a Bologna da THE VALUABLE IDEAS ASSOCIATION. Il trailer contiene moltissime suggestioni e incarna la visione che l’evento ha evocato attraverso gli stimoli fantastici che i relatori sono stati in grado di regalare alla platea. Sono personalmente riconoscente a tutti i colleghi che si sono alternati sul palco per avermi incuriosito, interessato, sfidato, aiutato, stimolato, appassionato ed entusiasmato in modo diverso. La scultura di Simona Ragazzi, che ha fatto da totem alla manifestazione, ci ha fatto viaggiare nel tempo e ci ha responsabilizzato e a Mauro Squz Daviddi per le foto. La magia dell’arte acrobatica e fluida dei Citepò e la loro leggerezza ci hanno fatto sentire animali dell’aria, sfidando la gravità e i nostri limiti. Un Grazie ad Andrea Pauri e a tutto lo Staff per per la preparazione densa di passione e di entusiasmo, proprio come doveva essere in questa giornata. Per finire, la location sorprendente e spettacolare ci ha portati all’interno di una speciale “tana del bianconiglio” insieme a tutti coloro che non cito ma che hanno permesso la realizzazione di questo evento unico ed estremamente suggestivo.

Vi rimando alla pagina degli amici di TEDx Bologna e alla loro pagina Facebook per gli approfondimenti e al link del teaser che ancora mi emoziona.

Vi rimando ai prossimi giorni per la pubblicazione del mio intervento che trattava della passione come ponte per il nuovo.

Diffondiamo le idee di valore…

Passione: un ponte per il nuovo

La meravigliosa evocazione delle Frecce Tricolori

Allestimento dell'Hangar di cerimonia Cambio di Comando
La giornata si presenta meravigliosamente limpida fine delle prime ore del mattino. Il cielo é terso e non si vede nessuna nuvola nemmeno all’orizzonte più lontano. La visibilità é incredibile come pure la luce del mattino.  Mentre viaggio verso Udine i miei pensieri corrono ad un lontano passato… Quello che sto per vivere riveste per me una particolare importanza e risveglia quelli che erano i miei sogni di ragazzo. Appena dopo il diploma infatti sognavo ed ero certo che sarei diventato un pilota dell’aeronautica militare per poi arrivare in quel gotha che é il 313° gruppo di addestramento acrobatico, la Pattuglia Acrobatica Nazionale. Insomma le Frecce  Tricolori. Il concorso che feci, il Grifo IV non fu a me favorevole e venni scartato per una sciocchezza. L’ombra nella siepe che rappresentava le mie paure aveva assunto un nome, quello di una patologia, mai peraltro verificata, e mi stava portando via i miei sogni: “iperbilirubinemia indiretta”. Ero troppo giovane per sapere che i sogni vanno corteggiati più a lungo di quello che ero disposto a fare io, è fu per quello che non ritentai più di superare il concorso. Grande errore. Grande lezione. Solo qualche anno dopo ho capito che se si sogna una cosa la si può realizzare, in un modo o nell’altro. Iniziai ad accorgermi che questo é vero anche per un sogno pieno di vincoli e difficoltà come quello che avevo da ragazzo.  Qualche anno dopo la vita mi regalò la mia piccola rivincita. Mentre entravo nell’ufficio di Paolo Tarantino ero in apnea e con il cuore in gola. All’epoca Paolo era il comandante della PAN e, come avrei scoperto da li a poco,  uno dei 10 piloti usciti dal concorso Grifo IV, proprio quel concorso. Lo andavo a trovare per verificare la possibilità di conoscere meglio il team delle frecce per motivi relativi alla mia professione di formatore. Il comandante aveva poco tempo: stava infatti predisponendo la manifestazione per il cambio di comando. Il Maggiore Massimo Tammaro, all’epoca leader della formazione, stava per subentrare al comando del gruppo. Era il 17 novembre 2006. Il lunedì successivo, il 20 ci sarebbe stata la manifestazione formale e marziale dell’avvicendamento. Accettai l’invito del comandante quando mi propose di partecipare a quell’evento. Iniziò quel giorno la mia conoscenza, la mia amicizia e la mia collaborazione con il gruppo delle Frecce. In quel modo la vita mi restituì, riveduto e corretto, il mio sogno. Gli anni seguenti mi hanno regalato molti altri momenti intensi ed appassionanti ad imparare da questi fantastici uomini. Massimo Tammaro mi ha privilegiato della sua amicizia e questa tradizione è proseguita nel secondo cambio di comando, quello che ha portato il Tenente Colonnello Marco Lant alla guida del Gruppo.
Oggi la storia si ripete…
Questi pensieri mi hanno accompagnato alla manifestazione che si svolgerà oggi. Un nuovo comandante guiderà il gruppo.
Questo è il terzo cambio di comando al quale assisto. Ancora l’emozione non si è per nulla ammorbidita o alleviata. Questa volta però è diverso, non sono in compagnia sulla mia automobile, sono da solo. Io e i miei pensieri.
Il pensiero è che non avrei dovuto rinunciare dopo il primo concorso. Avrei dovuto avere più coraggio nell’inseguire il mio sogno. Questo mi sta urlando la vita.
Ho passato molto tempo, sebbene mai abbastanza, con gli uomini del 313° gruppo e in special modo con i piloti ed il loro comandante. Considero questa possibilità un privilegio e una fortuna. Considero questo specialmente una lezione importante da condividere. Non sappiamo mai quali sono i percorsi che il fiume della vita vorrà fare per regalarci le nostre ambizioni. Sappiamo però che lo farà. Beffarda ed ammiccante, la nostra storia personale si completerà come una leggenda. Mentre vado a Codroipo presso la base del gruppo mi scappa un sorriso e un grazie al destino che, nonostante le sue acrobazie, mi ha riportato un sogno e regalato la mia lezione. Mai rinunciare ai nostri desideri più profondi!
Siate entusiasti!
Le organizzazioni neurali

Le organizzazioni neurali

Mi trovavo qualche giorno fa impegnato in un interessante corso di formazione con una importante azienda industriale e la missione da svolge era fare riflettere quei manager sugli aspetti relativi al pensiero strategico ed alle decisioni efficaci.
Queste due caratteristiche infatti sembrano essere particolarmente richieste nel periodo che stiamo vivendo, pieno di trasformazioni, cambiamenti ed anche diffusi e diversificati pericoli da scansare.
In quella sede il direttore del dipartimento, un manager giovane e particolarmente talentuoso, aveva espressamente richiesto che il focus dell’intervento non si limitasse agli aspetti tecnici, ma approfondisse il problema dello sviluppo personale e della capacità del singolo di affrontare con flessibilità e creatività i momenti di incertezza come quelli che il suo team stava incontrando.
Un collega, parlando degli aspetti di contesto, fece riferimento alle indicazioni relative alla trasformazione dell’atteggiamento delle aziende che si sono trovate a passare dal “pronti, mirate… Fuoco!” alla situazione “pronti, fuoco! …mirate!”. L’esortazione è correttamente evocativa di un momento storico nel quale la velocità è considerata un valore e il controllo della stessa, supportato da una tecnologia utile a non fallire il bersaglio, necessaria. In fin dei conti anche i “missili intelligenti” possono disporre di sistemi a guida laser che li guidano quando già sono stati lanciati rendendoli estremamente efficaci.
Mentre lo ascoltavo la mia memoria correva ad un passaggio di un interessante intervento di Tom Peters che, in merito allo stesso argomento, suggeriva di prepararsi al momento nel quale ci saremmo dovuti confrontare con un approccio ancora più estremo della maggior parte delle aziende, ovvero la situazione “Fuoco! Fuoco! Fuoco!”!
In effetti, il disorientamento che sempre più spesso ci si trova a dover gestire in azienda deriva sostanzialmente dalla situazione ben descritta da Peters.
La velocità dei processi aumenta esponenzialmente per diversi motivi e concomitanti fenomeni e, oltre a questo, esiste forte il sospetto che noi esseri umani non si sia stati progettati per governare il caos che ne deriva.
Ultimamente infatti, aumenta la velocità di scambio delle informazioni (internet, web 2.0, socia networking, mobile devices, ecc), la velocità richiesta dai clienti (time to market), aumenta la velocità di misurazione delle performance (si passa dal quarter al mese), insomma.. Aumentano tutte le velocità relative alle performance richieste ad ogni membro di un’organizzazione.
Il controllo di questa velocità diviene il problema da affrontare per un manager e quindi i modelli organizzativi cambiano radicalmente. Un tempo era possibile stabilire procedure di controllo, ora queste richiamo di diventare il primo ostacolo alle performance richieste e questo genera un potenziale pericolo.
È necessario correre più forte, talvolta in mezzo alla burrasca, senza strumenti disponibili alla navigazione.
L’equilibrio è quello di un funambolo che corre sul filo senza bilanciere: non puoi rallentare e non devi cadere!
I processi organizzativi cambiano. Dalle vecchie strutture gerarchiche si passa a strutture diverse, più orientate ai flussi di valore. Le aziende da organizzazioni funzionali hanno scelto le strutture dimensionate per processi o per progetti, dando spazio alle “pipeline”, ovvero a ciò che collega l’idea, il prodotto o il servizio al cliente. Il flusso del valore richiede che vengano rimossi gli ostacoli alla soddisfazione ai bisogni l cliente, raggiungendolo efficacemente solo con ciò che a lui serve davvero, senza fronzoli.
Anche le organizzazioni a matrice, ultima frontiera in merito alle capacita di dare risposta a questi fenomeni, non sembrano essere più sufficientemente efficaci per realizzare questo intento.
L’epoca di internet ha cambiato di nuovo tutto, e se non lo ha fatto direttamente la rete lo stanno facendo i suoi figli, i cosiddetti “millenium”, la nuova generazione di esseri umani che stanno arrivando a governare le aziende stesse.
Questo crea non pochi grattacapi ai “baby boomers” ed alle altre generazioni precedenti rimaste a governare aziende che richiedono trasformazioni sempre più radicali e che li obbligano a muoversi come se conoscessero esattamente ciò che stanno facendo.
Non è un problema di delega, di strumenti o di disponibilità. Il problema sta nella comprensione del fenomeno e nelle metriche. Mi spiego meglio.
Nelle organizzazioni anche più evolute, ad esempio le matrici, il problema che si doveva affrontare era quello di uscire dalla dinamica famigliare del capo: ” ho un capo e devo, in qualche modo, fare ciò che lui mi chiede”. Questo infatti avveniva nelle strutture gerarchiche-funzionali che, pure essendo in qualche modo restrittive e poco “democratiche”, fornivano riferimenti chiari e precisi. Il loro limite rimaneva quello della autorevolezza delle figure di rilievo che tendevano a fare leva sul concetto dell’autorità.
Nella matrice le cose cambiano: il capo non è quasi mai uno, sono diversi. La naturale percezione del leader di riferimento, l'”alpha”, figura così necessaria in un team, ne risulta ridimensionata e talvolta addirittura mancante. Questo ha generato fenomeni interessanti che hanno richiesto da parte delle aziende un approfondimento di temi di sviluppo direttamente collegati alla situazione. Argomenti come il team building, lo sviluppo della collaborazione, la leadership autorevole ma anche l’intelligenza emotiva sono attualmente molto richiesti e percepiti come fondamentali nelle aziende più evolute.
Eppure c’è ancora qualcosa che sta cambiando velocemente all’orizzonte. Uno dei vantaggi competitivi più evidenti, oggi come oggi, è proprio la capacità di gestire le informazioni in un mondo che va alla velocità della rete e dei millenium.
Le informazioni sono rilevanti, sia per quanto riguarda il loro reperimento, che per la gestione, che per il loro utilizzo corretto. In organizzazioni non adeguate la velocità di gestione delle informazioni rallenta. Il cliente perde la percezione di essere compreso e pende altre strade. Nella epoca che ci si presenta davanti, inoltre, il modo in cui le informazioni sono raccolte e distribuite fa la differenza. La forma sempre di più qualifica il contenuto, anzi citando Steve Jobs, CEO di Apple: “la forma è contenuto!”.
Nella mia esperienza mi pare che molte aziende non siano ancora pronte ad affrontare questo fenomeno. Farlo richiede coraggio, molto. E risorse diverse, molto. E una organizzazione diversa, molto diversa.
Per questo mi sono domandato: quali sono le strutture che meglio sono in grado di gestire le informazioni rendendole disponibili e realmente utili?
La risposta non piacerà ai puristi dell’organizzazione: sono le strutture neurali. Quelle nelle quali esistono snodi di informazione in grado di raccogliere velocemente dati, elaborarli indirizzandoli in modo corretto. Il nostro cervello sembrerebbe organizzato in questo modo (il condizionale è d’obbligo), Internet è organizzata così. In realtà le aziende più evolute sono già organizzate così. Il problema è che spesso non lo sanno!
Non è per nulla facile infatti fare una mappatura di internet o di una rete neurale qualsiasi. Poi non credo che potrebbe passare su un manuale della qualità!
Nelle organizzazioni neurali le informazioni circolano in modo immediato, efficace, trasparente, aperto e libero. Questo di fatto rimuove il concetto stesso di “riporto”. Io riporto al mio collega, al mio responsabile, ad un suo collega, ecc… Il concetto di delega cambia e non è più relativo al fatto che qualcuno mi chiede di fare qualcosa, ma si trasforma nella consapevolezza che quella cosa va fatta e che qualcuno la elabora e la perfeziona con me per non sbagliare strada.
In questo tipo di organizzazioni le risorse sono orientate al cliente a tal punto che talvolta non esiste nemmeno un confine così identificabile tra cliente interno e cliente finale.
Queste organizzazioni nascono per gestire i tempi e gli spazi che internet ha ridimensionato e continua a trasformare nella percezione collettiva: il tempo tende allo zero e gli spazi sono annullati!
In ogni caso la necessità di sviluppo delle competenze richieste per vivere in modo efficace in organizzazioni di questo tipo aumenta. Il problema è: quali sono le caratteristiche, le abilità richieste ad un individuo per essere efficace in un sistema come quello descritto?
Anzitutto la capacità di analizzare e comprendere il contesto sia dal punto di vista macro che a livello di dettaglio: si deve essere in grado di comprendere la propria mansione ma anche disporre del quadro complessivo. Come ama dire un manager che stimo molto, i membri di un organizzazione dei questo tipo devono essere in grado, dieci minuti al giorno, di prendere il proprio elicottero e alzarsi qualche centinaio di metri per vedere le cose dall’alto. Poi tornare sulla propria scrivania ed accelerare i flussi!
In secondo luogo la capacità di interagire con i colleghi giusti, con le informazioni giuste, nel modo giusto! Questo ha a che vede con l’intelligenza sociale, oltre che con quella emotiva. Comprendere ed interiorizzare il fatto che le nostre emozioni ci rappresentano e sono il modo più profondo con il quale noi comunichiamo, ovvero il modo con il quale arricchiamo di valore una informazione o la distruggiamo.
Il coraggio della trasparenza e della sincerità che si traduce nel concetto di assertività è un’altra delle abilità fondamentali. Nelle organizzazioni neurali, omettere una informazione o anche solo ridimensionarla per non offendere nessuno non solo rischia di essere poco efficace ma addirittura pericoloso. Ognuno è responsabile delle proprie percezioni, delle proprie informazioni e della loro gestione. Ricevere una mail e cliccare sul tasto “rispondi a tutti” è un modo arcaico di gestire le informazioni, sebbene capisco che a volte sia funzionale o addirittura assomiglia ad una specie di “assicurazione infortuni professionali”. Comprendere, gestire e smistare le informazioni in modo efficace aumenta la velocità ed il controllo ed è uno dei compiti più critici ma anche soddisfacenti delle nuove organizzazioni. Sentirsi utili e responsabilizzati è infatti motivante ed appagante per la maggior parte delle persone.
Altra caratteristica è l’estrema flessibilità e la capacità di trovarsi in zona di comfort nelle trasformazioni e nei cambiamenti. Questo implica una forza personale diversa da quella fisica o intellettuale. L’intelligenza intesa come capacità di “leggere dentro” ed approfondire i concetti si deve arricchire dell’attitudine di elaborare informazioni e operare in contesti sconosciuti. Il tema del cambiamento è centrale e viverlo bene rappresenta un vantaggio competitivo indiscutibile.
Altro aspetto fondamentale è quello del pensiero strategico. Guardare avanti immaginando in modo chiaro l’impatto che i propri comportamenti hanno sul cliente e vedere in anticipo la strada da percorrere per realizzare gli obiettivi che ci si pone senza qualcuno che necessariamente ce la indichi. Questo aspetto rende le persone direttamente responsabili del loro futuro e non c’è modo di evitarlo nell’epoca in cui tutti possono conoscere tutto. Questo rende le persone anche e specialmente responsabili del destino della loro organizzazione pur senza sollevarla da coloro che hanno il compito di definire la meta dell’azienda stessa, ovvero gli amministratori delegati o i CEO.
Infine, ma non per ultimo, il fondamentale concetto della leadership effettiva e personale. Qui ritroviamo un mix delle caratteristiche elencate precedentemente con un accento sul tema del controllo del proprio destino. Quello che in gergo viene chiamato “locus of control”, la percezione di aver in mano le redini della proprio vita e della propria professione. Leadership, in organizzazione come quelle descritte è responsabilità di fare accadere le cose, nella direzione giusta, utilizzando le risorse assegnate e creando valore ulteriore senza consumarne. Leadership significa diventare ciò che gli informatici chiamano HUB (letteralmente fulcro, mozzo, elemento centrale), ovvero un collettore efficace di informazioni, in grado di renderle utili e preziose all’interno del contesto definito. Arricchendo sia la fonte di informazione che l’utilizzatore. Divenendo centrali.
Questo stravolge il modo di disegnare le aziende.
Non più organigrammi ma strutture articolate, non più vincoli ma opportunità. Con qualche complessità in più da comprendere e metriche nuove da identificare.
Ed ecco che anche in un epoca nella quale si fa fuoco senza mirare e senza potersi nemmeno preparare ci si ritrova in grado di governare la complessità senza temerla. L’unico vero rischio è quello di fare finta che questa trasformazione non stia avvenendo.
A proposito, quel giovane manager si è ritrovato con il piano operativo dei propri collaboratori nelle mani e chi glielo aveva consegnato erano proprio loro, dopo averlo elaborato, discusso, analizzato ed approvato, negoziato e rivisto ed infine condiviso con quello che, in un altra epoca, avremmo chiamato “il loro capo”.
Niente male no?

Negli occhi del fiume. Parte 2: il salto.


Continua da: Negli occhi del fiume …

La prima parte della discesa la affrontammo con la difficoltà della timidezza e dell’incoscienza. La guida spesso ci fermava per richiederci maggior determinazione, coordinamento e potenza. Il ronzio generato da quella frase continuava nella mia testa e sentivo forte il desiderio di capirne il senso profondo. Lui remava. Con tutta la forza che aveva e tutta la presenza di cui era capace. Faticava e sorrideva. Ogni tanto capivo che la sua emozione si trasformava e gli permetteva prestazioni migliori delle sue stesse aspettative. Era il capo. L’azienda che ci aveva commissionato quel corso era amministrata da lui e i manager sui tre raft erano i suoi manager. Capivo che la sua prestazione andava oltre le richieste del nostro timoniere. Era una sfida con se stesso ed una sorta di necessità di essere modello per gli altri. Il suo sorriso triste alla partenza era la sua foto segnaletica. Quella immagine si era impressa nella mia mente e fissata nella mia mappa del mondo sostituendo l’espressione determinata e sorniona che aveva usato al mattino presentandosi. Era un leader naturale. Forte intellettualmente, tecnicamente ed emotivamente. Quella mia consapevolezza continuava a cozzare con quello che avevo visto e sentito al pontile pochi minuti prima. Ero ancora immerso in quei pensieri quando la distrazione mi fu fatale. L’urlo di Umberto arrivò alla mia testa troppo tardi e in un secondo sentii la sferza dell’acqua gelata mentre venivo lanciato verso valle. Il gommone era diventato improvvisamente un cavallo imbizzarrito e io ed i miei colleghi sul tubolare destro eravamo cowboy troppo sopiti per evitare la sgroppata. In un attimo mi trovai in acqua. La forza della rapida che mi catturò mi spinse con una potente mano invisibile sotto il gommone. In quella posizione la spinta verso l’alto generata dal safety jacket contrastava con il fondo autosvuotante del raft sulla mia testa che mi tratteneva sotto il pelo dell’acqua. Ero in trappola. Io e la barca correvamo insieme verso valle ma purtroppo io ero sotto, senza possibilità di respirare. Passarono alcuni interminabili secondi nei quali i pensieri urlavano il bisogno di aria fino alla silenziosa rassegnazione che tutto esplose nella mia mente rendendo le percezioni sempre più sopite. Uno scrollone improvviso, una botta forte alla gamba su una roccia e una strana capriola mi fece sentire come lanciato verso l’alto da una fionda.  Mi trovai ad uscire dall’acqua riempiendo i polmoni con fame e sentii il suo urlo sbranare il fiume e risvegliarmi può fare uno schiaffo alla cieca. Allungai una mano e trovai la sua presa forte che quasi mi stritolò l’avambraccio. Poi, quella stessa mano, eseguì con diligenza la manovra di salvataggio salpandomi a bordo con velocità sorprendente e una abilità che non si attribuirebbe a un novizio della disciplina. Mentre ritrovai la posizione a bordo, ultimo recuperato dell’equipaggio e ancora intento a ritrovare il  respiro e il suo ritmo, Umberto mi ficcò in mano il remo urlando il comando “AVANTI!”. Cercai di farlo mentre notai al mio fianco che anche lui sbuffava ed era paonazzo. Mi guardò. Gli guardai gli occhi. No. Gli guardai dentro agli occhi. Trovai in lui forza e determinazione, poi fatica, infine timore. Finalmente arrivammo in un luogo tranquillo, nei posti che gli esperti del fiume chiamano “acqua morta”. Ci riposammo e riprendemmo coscienza mentre la guida ci aiutava a ritrovare ritmo, consapevolezza e determinazione. Davanti a noi il tratto del fiume più appassionante e sfidante. Tre salti per un totale di otto metri di dislivello in acqua bianca e veloce. Rapide impegnative e ruvide. Dopo quel breve briefing fummo noi a dover partire, primi dei tre gommoni. Proprio noi, appena risaliti dall’acqua, ancora infreddoliti e intimiditi. Quello era il nostro salto. Non era più solo fisico, era una sfida con le nostre emozioni, con la nostra capacità di decidere. Poi, dopo aver cercato i nostri occhi, la guida urlò il comando. Spingemmo sui remi. Era quello il momento… Affrontammo i tre salti con incredibile determinazione mettendo ogni energia fisica e mentale nello sforzo. Alla fine di quel passaggio, fermandoci ad aspettare gli altri, ci accorgemmo di aver in pochi metri vissuto tre vite. La paura derivante dallo sbalzo, la rinascita della forza ritrovata ed il salto nell’ignoto della nuova avventura. Lui era rinvigorito ed appariva rinfrancato. La restante parte della discesa fu un divertimento ed un piacere. La forza del fiume era ridimensionata; oppure noi eravamo cresciuti. Forse entrambe le cose erano vere. Arrivati alla base ci divertimmo a saltare nel fiume utilizzando come trampolino i tubolari dei gommoni salpati sulla banchina. Anche lui saltava. Faceva capriole cadendo in acqua in modo scomposta. Non riuscivo a credere che era davvero a persona che mi aveva urlato quella frase solo un po di tempo prima, alla partenza. Quando tornò sul potile era letteralmente distrutto. Felice, ma distrutto. Riponemmo i gommoni dopo una breve salita e finalmente la doccia calda, dopo esserci tolti le mute e le giacche d’acqua, ci riportò alla realtà. I minuti concessi per la pausa erano corroboranti e molti stavano approfittando del sole per scaldarsi un po e godersi la gioia del momento. Mi avvicinai a lui e commentammo la discesa. Lo ringraziai per avermi aiutato nella difficoltà. “Avresti fatto uguale” mi disse ed aveva ragione. Io però mi ero avvicinato per capire. “Perché mi hai detto quella cosa in partenza” chiesi. Guardandomi negli occhi e cambiando l’espressione paciosa che aveva un attimo prima me lo disse nuovamente. “Non voglio più essere schiavo di questo corpo. Ho mille idee, mille sfide da vincere, mille avventure da affrontare. Io voglio poterlo fare. La mia mente mi stimola. Io ho dieci kili di troppo e non riesco a vivere pienamente quello che vorrei”. Io ci provai ad ammorbidire: “non mi sembra. Ti ho visto con un gran vigore in barca. Se non fosse stato così me la sarei vista davvero brutta. Al contrario tu eri li e mi hai aiutato! Anzi, meno male che sei in forma!”. Sorridendo lui proseguì. “Non è così e lo sai. Io ho il compito di fare crescere le mie persone, la mia azienda. I miei manager mi stimano e mi apprezzano, almeno io credo sia così. Ma tutto questo non è sufficiente. Io voglio vivere liberamente la mia vita, sentirmi in forma come qualche anno fa. Voglio l’energia che la mia pigrizia mi ha tolto. L’esperienza di oggi mi ha toccato. Da domani… anzi, no, da oggi cambia tutto e io voglio nuovamente la mia libertà. Non voglio più essere schiavo di me stesso, delle mie abitudini e delle mie piccole debolezze. Cibo sano e movimento… da subito!” Mentre lui finiva quella fase, il mio collega ci chiamò per il debriefing della missione. Poco dopo, il corso si chiuse con una grande soddisfazione di tutti. Rientrando a casa pensai molto alla sua frase e capii solo dopo quello che mi voleva dire e quello che raccontava a se stesso. Un leader sa che ha bisogno di energia. La sua mente è viva e libera, i pensieri si spingono nel futuro a nuove avventure e a vincere nuove sfide. Un leader ha bisogno di risorse, prima di tutto personali per poter sentirsi in armonia. Quello mi stava dicendo. l schiavitù della quale mi parlava erano le sue abitudini che lo avevano costretto in un corpo che non gli dava abbastanza risposte in relazione al vigore della sua mente. quelle considerazioni mi ispirarono. Anche io ero sovrappeso e me ne accorsi nell’acqua, sotto a quel gommone, quando ero senza fiato. Da quel giorno mi sono dedicato a rendere il mio corpo più adeguato alla mia mente. Ho perso 15 kili e mi alleno tutti i giorni. Oggi mi sento più libero e lo devo a lui e quell’esperienza insieme. Per essere leader con gli altri bisogna infatti imparare a distinguere la differenza tra il comodo e l’utile, ma questo è un discorso che affronteremo in seguito.

Lo rividi dopo quasi un anno, in occasione di un altro corso, dimagrito e rinvigorito. Era proprio in forma. Mi disse: “mannaggia! quanti kili hai perso? Che ti è successo, sembra tu debba correre una maratona. Sei proprio in forma!!!”. “Si,” replicai, “ma anche tu non scherzi niente. Tutta colpa del salto! E tu?”. Sorridendomi annuì: “io benissimo, l’azienda sempre meli e l’entusiasmo mio sempre alto… Tutta colpa del salto!”. Si girò mettendosi in spalla lo zaino e contemporaneamente chiamando i suoi manager. La montagna davanti a noi era carica di neve e l’avventura del K2 Challenge, che simulava la prima missione sul famoso ottomila, stava per iniziare. Mi guardo e disse: “Andiamo. C’è un altro salto da fare insieme.”

Nel buco della serratura


Quel giorno mi sono svegliato con una voce nella testa molto fastidiosa. Continuava a chiedermi cosa avrei detto in quella giornata a quel gruppo di persone che avrei incontrato di li a poco. Questo team di manager dell’azienda committente, un’impresa piuttosto grande, si aspettava di scoprire qualche trucco, tecnica o segreto per poter affrontare il periodo di crisi che la loro organizzazione stava vivendo con maggiore energia e, se possibile, anche un poco di serenità. Affrontare questi argomenti non è mai facile e si rischia sempre di apparire degli inguaribili ottimisti. Un amico mi disse che un ottimista è solo “un pessimista male informato” e questa frase che mi risuonava nella testa non mi aiutava certo a trovare la giusta ispirazione per essere incisivo nel dialogo con i manager.
“Adesso basta” dissi alla mia voce interna, “smetti di blaterare e trova una soluzione!”. Come si sa, le voci interne sono poco disciplinate e ancor meno accondiscendenti. Fortunatamente, come spesso mi capita di fare al mattino, esplorando twitter mi imbatto in un video a dir poco sconvolgente. E da li in poi tutto si trasforma, tutto diviene più chiaro… Rimasi estremamente colpito. L’unica cosa che mi trovai a fare fu quella di capire se era una bufala o era la realtà. Non era un trucco, è successo davvero….
L’esercizio che proposi a quei manager fu semplice e direttamente collegato alla risorse necessarie, alla luce dell’esperienza del mattino, a superare un momento di crisi. La domanda che proposi fu la seguente: un uomo senza paracadute si getta da una altezza di 700 metri, atterra e festeggia. Come è possibile? I manager iniziano a cercare il trucco pensando a come li stessi ingannando con un trucco linguistico o logico di pensiero laterale. Esce di tutto. L’uomo non è un uomo. Il paracadute esiste ma non si vede. I 700 metri sono orizzontali. Siamo su un pianeta con bassa gravità, ecc, ecc…
“Ammettiamo che sia possibile” li incalzo ad un certo punto, “di che ci sarebbe bisogno per riuscire nell’impresa?”.
In quel momento la riflessione prende una piega diversa ed inaspettata. “La prima cosa è essere folli, completamente pazzi per immaginarla una cosa del genere…” disse uno. “Bene, questo è il primo elemento e mi sembra di ricordare che qualche idea di questo tipo sia già arrivata. Ad esempio Jobs con il suo siate affamanti, siate folli… O Disney, quando disse che se lo puoi immaginare lo puoi realizzare…” La follia di immaginare l’impossibile..
Un collega incalza il primo e rilancia: “fosse che sei così scemo da immaginarlo, devi essere anche così coraggioso da provarci!”. Questa affermazione li mette tutti d’accordo. Non basta la follia, ci vuole anche il coraggio. In una impresa del genere, se fosse possibile, la pazzia diventa coraggio anche se non puoi dimenticare che non esiste una seconda chance. Non si può sbagliare. Non esiste una seconda prova. Come disse il grande maestro Yoda a Luke Skywalker in guerre stellari mentre lo addestrava a diventare un cavaliere Jedy: “fare, o non fare! Non c’è provare…” Il coraggio dell’azione!, questo è il secondo punto.
In questo momento gli scettici del gruppo si animano e la battaglia intellettuale alza la sua asticella. “Si sta parlando in teoria giusto?” interviene in modo apparentemente distaccato un giovane ingegnere. “No”, dico io, “stiamo parlando della pratica…”. “Allora la pratica è che quello di cui stiamo parlando è fisicamente impossibile. Non esiste opzione. Capisco la provocazione ma se desidera che io capisca deve ricondurre l’esempio a qualcosa di più tangibile.” io cerco di fargli capire che sto parlando in modo reale e non figurato e con intelligenza l’ingegnere accetta la sfida. “se fosse vero, e dico se…” prosegue, ” si dovrebbe essere inumani, dei veri fenomeni, con la capacita di realizzare una impresa davvero senza ritorno e difficilissima. Io non la riesco nemmeno ad immaginare. Ma se c’è un modo e qualcuno è così coraggioso da pianificarlo deve anche essere un fenomeno, deve saper fare cose incredibili…” “l’estrema competenza è il terzo punto allora” dico io… “si”, risponde l’ingegnere… “si, sempre se fosse possibile…”.
La conversazione prosegue contestando ancora la fattibilità fintanto che alla fine di tutto il dibattito lancio un filmato. Nella clip uno stunt-man si lancia con una tuta alare da un elicottero in hovering a 700 metri, vola per alcuni lunghi secondi ed atterra incolume su un mucchio di scatoloni. A quel punto gli ingegneri insorgono… “ma ha una tuta alare! Ma ci sono gli scatoloni! Ma non si è buttato senza supporti…!!!”. In effetti no ma quanti di noi riuscirebbero ad immaginare quello che quello stunt-man ha fatto???? Che coraggio ci vuole? Quanto margine di errore c’è? Queste sono le riflessioni. Quando siamo in crisi pensiamo di non avere chance e dimentichiamo di saper fare cose inimmaginabili, che abbiamo risorse incredibili. Taluni le usano per follia o per passione ma ognuno di noi le può usare per risolvere problemi, costruire imprese, cambiare situazioni di difficoltà o di crisi e magari, alla fine dei giochi, festeggiare con un buon vino le proprie vittorie. Insomma è come infilare ai 300 all’ora il buco della serratura. Il bello è che è fattibile… Sempre che si conosca il come!
Fate della vostra vita un capolavoro e godetevi il video allegato!

Mai rubare un iPad!

Quello che mi è successo negli ultimi giorni ha dell’incredibile. Non solo per il fatto che mi sono confrontato con la tecnologia e le sue implicazioni rimanendone basito, ma perché, se mai ce ne fosse stato bisogno, ho avuto modo di apprezzare e addirittura di sorprendermi della competenza e della disponibilità delle forze dell’ordine e della Benemerita Arma dei Carabinieri nello specifico. Ma partiamo dall’inizio.

Il film inizia in un albergo commerciale della provincia di una metropoli italiana… La mattina, dopo aver pernottato a seguito di una giornata di lavoro, mi trovai a lasciare l’albergo con tranquillità per recarmi nell’azienda cliente poco distante dalla struttura alberghiera. La giornata di lavoro si svolse in modo interessante e con molti stimoli: una di quelle giornate vissute intensamente e velocemente. Il rientro a Bologna si rivelò tranquillo permettendomi di finire la serata in palestra a rilassarmi un poco. Rientrato a casa ebbi il desiderio di leggere qualche quotidiano, per informarmi dei fatti del giorno, utilizzando lo strumento che prediligo: il mio iPad. Fu in quel momento che, pur senza aprire la mia 24ore mi comparse nella mente l’immagine dell’apparato abbandonato sul comodino della camera del mio albergo! La verifica non fece che confermare il mio timore. Avevo lasciato l’iPad in albergo. Ma come si dice la speranza è l’ultima a morire e mi tornò alla memoria una applicazione interessante propria degli apparati Apple dal nome “find my iPhone”, trova il mio iPhone. La funzione è individuare il proprio apparato su una mappa di google proprio in caso di furto o smarrimento. Non avevo mai usato l’app e quello era il momento migliore. Dal mio smartphone lanciai il programma che iniziò subito a cercare gli apparati. Quello che accadde poi confermò le mie paure. La device veniva segnalata in un opificio a qualche chilometro dall’albergo nel quale lo avevo lasciato. Utilizzando le funzioni previste prima di tutto bloccai l’iPad con un codice perché non venisse spento. Dopodiché iniziai a scrivere messaggi che sono visualizzati dall’apparato stesso suggerendo a chi lo aveva preso di riportarlo in hotel. Io non ero per nulla certo che l’iPad fosse davvero in quel luogo e nemmeno che fosse nelle mani di qualcuno ma, sapete com’è, speravo che con un po di fortuna avrei ottenuto ascolto. Nulla.

La mattina successiva decisi di chiamare l’albergo per raccontare l’accaduto. Come era intuibile, il gentilissimo addetto alla reception si prese qualche minuto per verificare chiedendo al personale. Dopo poco mi richiamò dicendo che nessuno sapeva nulla. Il mio iPad era perso. Per un attimo fui tentato di cancellare ogni dato, cosa che si può fare in remoto. Non so nemmeno perché ma non lo feci ancora. Verso il mezzogiorno, mentre mi recavo presso un’azienda, decisi di sporgere comunque denuncia di smarrimento. La polizia postale, contattata su suggerimento di un amico, mi esortò a chiamare immediatamente il punto di polizia più vicino per farmi recuperare l’apparato. Mi sembrò strano e non pensavo di trovare tanta disponibilità. Dopo qualche vicissitudine a trovare il numero del comando dell’Arma più vicina al luogo segnalato dalle mappe, un gentilissimo Carabiniere mi chiede di inviare le mappe, via mail, del luogo dove si trova il mio apparato. Lo faccio immediatamente e poco dopo il militare mi chiama dicendo di rimanere in contatto, a disposizione telefonica, poiché avrebbero fatto un controllo direttamente nel luogo individuato. Dopo circa un’ora, colui che si qualifica come il Comandante della stazione mi chiama e mi informa che presso il magazzino nel quale si trovano è tutto a posto e nulla fa sospettare ci possa essere merce trafugata. Per un eccesso di scrupolo, credo, mi chiede se è possibile inviare qualche segnale sonoro sull’apparato. Lo verifico e rimango basito nello scoprire che questo è possibile e che il suono esce anche con l’iPad silenziato! Eseguo il comando e il comandante mi prega di continuare a farlo e attendere qualche minuto…

Passa un’altra mezz’ora buona e io ormai mi convinco che il mio iPad è andato. Non con poca sorpresa quello che accade dopo mi colpisce. Il comandante mi chiama, con una voce determinata, disponibile e simpatica e dice testualmente: “Senta, ha già con lei la denuncia di furto del suo iPad? Perché io ho con me l’apparato e ho arrestato il trafugatore. Ora sto andando in caserma e può venire a prendere quando vuole l’apparato ma… venga lei, perché mi deve offrire un caffè!”. Completamente senza parole rispondo: “Comandante, altro che caffè, le offrirò almeno il pranzo!!!”. La voce sorridente del comandante mi saluta e io rimango a pensare a quanto questa storia mi insegna diverse cose. La prima è che ci sono persone al mondo che fanno lavori rischiosi, duri e difficili e riescono a sorridere. A volte noi non siamo in grado di comprendere la difficoltà che vivono e li critichiamo. Dovremmo avere più coraggio e metterci nei loro panni per capire e scopriremmo che sono spesso esempi e modelli da seguire.

La seconda cosa è che la tecnologia sta davvero cambiando il nostro modo di vivere e di approcciare le cose della vita di tutti i giorni e lo fa sempre più velocemente. Dobbiamo fare lo sforzo di imparare più velocemente, di capire più velocemente e comunicare in modo più efficace.

La terza cosa che ho imparato è che se è vero che il settimo comandamento è non rubare, a maggior ragione vale per un iPad o un iPhone: vi beccano subito!

Enjoy!

Negli occhi del fiume

Succes20120506-091654.jpgse tutto mentre eravamo pronti a partire. Il rumore della cascata alle nostre spalle obbligava la guida ad urlarele ultime istruzioni all’equipaggio. L’acqua polverizzata simile a pioggia contrastava con il cielo azzurro che la sovrastava e creava un ambiente alieno. La muta in neoprene proteggeva le gambe ed il ventre ma i calzari non erano in grado di impedire al fiume di reggelarci i piedi e farci tremare. O forse era la paura. Mi guardai intorno e scoprii che eravamo buffi con i giubbotti di salvataggio e i caschetti gialli in tinta che contrastavano con le giacche d’acqua azzurre. Questo pensiero mi rasserenò un attimo strappandomi un sorriso ma gli occhi intimoriti dei miei compagni di equipaggio, ancora inesperti nella pratica del ratfing, mi riportò alla realtà. Il fiume sotto il gommone ruggiva e ci faceva sobbalzare, e il nostro destino era ancora nelle mani della cima di ormeggio che ci legava al piccolo ed artigianale pontile in legno. Guardai negli occhi la guida che ricambiò condividendo con me il piacere dell’adrenalina e la determinazione che sentivo. Fù in quel momento che guardai il mio compagno di remo e mi resi conto che in lui qualcosa non andava. Era stretto nel suo giubbotto e avevo già notato durante le prove a secco che non era in uno stato di forma fisica perfetta. Lievemente appesantito, ma nemmeno troppo, sbuffava con fatica ad ogni simulazione di remata. Era evidente che aveva dedicato molto tempo alla sua professione trascurando il proprio corpo. Ora era li, a contatto con il fiume, e la teoria era finita. La simulazione anche. Ora si faceva sul serio. Il fiume non ha interruttori: novanta metri cubi di acqua al secondo, una piena impressionante, ci attendeva per sfidarci con impeto, come quegli accadimenti che non ti aspetti e ti travolgono con potenza. Come una crisi. “Tutto bene, sei pronto?” chiesi. Con occhi pieni di sorprendente entusiasmo me lo disse. “Non vedo l’ora di partire…. Il fiume mi chiama…. Non ha mai sentito una eccitazione così…” Le sue parole giungevano a strappi, come una ricezione radiofonica difettosa. Urlava. Delle sue parole mi arrivavano spesso solo le finali. Ma quello che mi colpiva erano i suoi occhi.Gli occhi di un bambino, eccitati e felici. Pensai che era la sua incoscienza a parlare, non lui. Gli sorrisi felice e tremante: avevo bisogno del movimento fisico per riscaldarmi. Guardai il fiume. Era invitante e spaventoso. Ruggiva. Guardai nuovamente alla mia destra e di nuovo questa sensazione. Sembrava triste. Gli occhi guardavano oltre la prima rapida, quella che portava il fiume fuori dallo sguardo. “Ci sei!!!???” urlai. Si girò e fu solo in quel momento che me lo disse. “Come???!” la mia voce roca cercava di fermare la cascata alle nostre spalle. Mentre me lo ripeteva, senza alzare nemmeno di un decibel la sua voce sconfortata, giurai di non aver capito. Da quel momento in poi, il mondo sembrò una foto color seppia. Solo lui era a colori e mi resi conto che il brivido che sentivo veniva da dentro, non era l’acqua fredda del fiume Nera a causarlo. Quel suo pensiero incise un segno nelle mie emozioni rovistandomi dentro. “Mi prendi in giro?”. Con un sorriso mi disse con voce bassa e sorridente: “ora andiamo… ne parliamo a valle..” Umberto sciolse la cima di ormeggio e il fiume ci inghiottì….

Continua…

Ride bene chi ride… primo! Le debolezze del leader

Quali sono le fragilità e le debolezze di un leader? Come gestisce un leader i propri disagi, le proprie ansie, le proprie paure? Un leader ha paura? Un leader ha delle fragilità? Queste domande portano la riflessione al lato umano e intimo della persona che riveste, in certi contesti sociali, il ruolo del leader. Ogni persona, pertanto anche i leader, hanno una loro vita relazionale, sociale ed emotiva privata e riservata. Conoscere e comprendere la parte che si cela sotto l’armatura pubblica trasforma la percezione che abbiamo dei condottieri. Eppure il desiderio di esplorare questo lato della personalità di coloro che ci appaiono talvolta invincibili è irresistibile. Non è una questione di mero voyeurismo ma la necessità di ricondurre ad una dimensione più umana e tangibile alcune individualità che rappresentano dei punti di riferimento.

Ogni leader conosce l’implicazione della salvaguardia del proprio lato intimo ed umano. Questo è il motivo per cui la gestione dell’immagine pubblica di coloro che hanno responsabilità di comando è elemento critico del successo delle loro iniziative e dei loro propositi. Non è un caso, ad esempio, che il presidente degli stati uniti si mostri in atteggiamenti “normali”, quali portare a spasso il cane, giocare a basket o mostrarsi in maniche di camicia con i piedi sulla scrivania a leggere report o giornali. Questi atteggiamenti non sono casuali né “rubati” all’intimità vera, tutt’altro. Sono dimensionati e costruiti per dare un’immagine specifica del leader e inviare messaggi sottili e profondi. Sono situazioni che rafforzano la percezione che abbiamo del leader. Ma la vera intimità rimane celata.Il gossip vive di questo: esplorare questa dimensione nascosta. Il business della curiosità vive della ricerca spasmodica e costante delle fragilità, degli errori, delle paure che rendono i grandi leader più umani e vicini ad ognuno di noi. Questa maniacale necessità si traduce nella più spasmodica ricerca dell’intimo e del personale fino a generare esasperazioni che arrivano, talvolta, alle più estreme conseguenze. Il caso della principessa Diana ne è un triste esempio. La necessità violenta di invadere quell’intimità ha portato alla scomparsa di un personaggio così controverso e amato.

I leader hanno le loro fragilità, come è normale che sia. La differenza è che ne comprendono le implicazioni pubbliche e si creano una rete di protezione che li aiuta a gestire queste debolezze. I leader sono gelosi della propria intimità e la proteggono. I leader conoscono il valore delle cose importanti e le proteggono. Quello che li contraddistingue dagli altri è una caratteristica specifica che va oltre ai contenuti, alle abilità e alle conoscenze. E’ il loro modo di gestire lo stress che li rende diversi. I leader, infatti, riescono a funzionare in modo incredibile sotto pressione. La pressione li rende forti, trasforma le percezioni e le emozioni. La paura si trasforma in adrenalina, la fragilità in determinazione, la preoccupazione in visione. I pensieri che creano problemi nella maggior parte di noi sono una risorsa per il leader. A questo punto la domanda è: come fanno? Quale è il loro segreto? Che trucco usano? Fosse così facile rispondere a queste domande!

Il meccanismo è complesso eppure lo si può semplificare per comprenderlo. La base è il significato.Il nome che i leader danno alle esperienze che vivono è diverso dal nome che alle stesse esperienze ognuno di noi darebbe. Per loro la paura non si chiama così: si chiama concentrazione, o rispetto, o attenzione. Per loro lo sconforto non ha questo nome, di chiama ispirazione, o ricerca intima, o passione. Per loro i problemi non hanno questo nome, si chiamano sfide, o avventure o sorprese. Non è retorica, è solo la constatazione pratica di come funzionano le persone più eccellenti che ho conosciuto. Se vi sembra troppo facile avete ragione. Il pensare che è impossibile che un processo così complesso possa essere semplificato a tal punto è ragionevole. Ma purtroppo è errato. Il trucco risiede nella trasformazione del significato dell’esperienza. Trasformare l’esperienza è semplice se si è in grado di fare due cose: la prima è cambiargli il nome. Questo ad esempio è il motivo per il quale gli uragani hanno nomi simpatici, per togliere forza emotiva ad un evento naturalmente spaventoso. Dire che “sta arrivando l’uragano Hannibal!” ha più forza emotiva che dire che “arriva l’uragano Pierino!”: quest’ultimo fa meno paura. La seconda cosa è l’ironia. Ridere su una esperienza è il modo migliore di cambiarla nella nostra mente e nel nostro cuore. Provate a pensare: dopo anni ridiamo su esperienze che anni prima ci hanno terrorizzato. Di solito è il tempo ci aiuta a fare questo. Imparare a farlo in tempi estremamente brevi è possibile ma bisogna lavorarci. I grandi leader riescono a farlo subito, ridimensionando la paura con un po di sana ironia, senza dover aspettare che sia il tempo a farlo.

So cosa state pensando: “se fosse così facile!”. In effetti non lo è; se lo fosse saremmo tutti quanti dei leader. In effetti è così ed è importante rendercene conto e avere voglia di provarci. Con la gioia di un bambino e con la forza di un adulto.

Enjoy!

Vivere in un mondo di specchi

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Sarebbe importante, specie nei periodi che siamo vivendo, soffermarsi a pensare al valore che la percezione che gli altri hanno di noi ha nelle relazioni e nella professione.
Nel mondo della comunicazione, infatti, il percepito ha un valore immenso, molto più del comunicato.
In una comunicazione tra due soggetti, un emittente e un destinatario, l’emittente è colui che invia il messaggio e il destinatario che lo raccoglie ne ha una percezione, ovvero gli attribuisce un significato.
È ciò che si percepisce che fa la differenza benché la responsabilità sia e rimanga del soggetto che comunica.
Gli elementi che creano e definiscono il percepito sono talmente tanti che diviene difficile elencarli tutti in poche righe e raccontare il modo in cui possiamo utilizzarli a nostro favore.
Mi interessa tuttavia condividere una riflessione: quanto è utile manifestare in modo completo e diretto il nostro pensiero?
Questa considerazione attiene ai nostri valori oltre che alle nostre attitudini: alcune persone sono più aperte ed espansive, altre sono più ermetiche e riservate.
Pur comprendendo il valore enorme dell’ermetismo non possiamo fuggire dal meccanismo naturale che ci obbliga a manifestarci. Non comunicare è impossibile.
Questo aspetto, se talvolta rende il dono della sintesi una attitudine estremamente potente ed efficace, in altri casi rischia di generare un doppio legame non sempre positivo.
Il paradosso diventa quello per il quale il nostro non detto diventa più potente di ciò che diciamo e il percepito prevale sul comunicato.
Il problema è che il percepito è estremamente soggettivo, oltre che nelle mani del ricevente, e si rischia di incappare in pericoli di fraintendimento nei casi in cui il nostro interlocutore non ci conosca bene, ovvero non disponga di strumenti corretti e ben calibrati di decodifica del nostro silenzio o del nostro ermetismo.
D’altro canto la costruzione degli strumenti di decodifica non può avvenire in modo esplicito ma deve passare attraverso una parte della comunicazione più attinente al non verbale e agli aspetti relazionali di questa.
Eppure esistono situazioni nelle quali si trascura la potenza del percepito e il nostro manifestarci passa attraverso i paradigmi dei nostri interlocutori. In questi casi il fraintendimento incombe.
Sintesi e trasparenza sono la base della comunicazione carismatica ma prevedono una grande padronanza degli strumenti di comunicazione e di una grande sensibilità nella gestione della relazione e sono l’altro lato della medaglia rispetto alla comunicazione evocativa, che utilizza le immagini e la retorica come veicolo di idee, informazioni ed emozioni.
La modulazione delle due strategie genera grandi risultati e varia le percezione che i riceventi hanno della nostra

comunicazione.
Non dimentichiamo infine che i processi di comunicazione richiedono impegno e dedizione poiché generano nelle persone a noi vicine stati d’animo, pensieri, gioia o preoccupazione e ci impongono senso di responsabilità.
Noi siamo ciò che comunichiamo, ovvero ciò che gli altri percepiscono della nostra comunicazione ed è esattamente quello che ci restituiscono in termini di reputazione.
Alla fine noi non siamo altro che la percezione che gli altri hanno di noi. Questo è il motivo per il quale è opportuno prenderci attenta cura del percepito oltre che al comunicato.
Meditate gente… e comunicate…

La realtà della realtà

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“La realtà e che…”… Quante volte me lo hanno detto!
“si, tu parli bene, in teoria è tutto vero, ma la realtà è un’altra cosa….”
Quando ci si occupa di formazione e di sviluppo è purtroppo frequente sentirselo dire. In effetti ognuno di noi ha la profonda convinzione di essere il depositario della verità, della realtà appunto e in effetti è così. Ognuno conosce la propria realtà.
Uno dei grandi maestri della formazione sulla leadership, Stephen Covey, ci ricorda ogni volta che “la mappa non è il territorio”, ovvero che la realtà che dimora nella nostra mente non è altro che una rappresentazione del mondo circostante, è come una specie di navigatore, molto evoluto, ma pur sempre parziale.
Un navigatore, una cartina, non contiene tutto ciò che c’è nel mondo ma ci aiuta ad orientarci. Ad una condizione però: che accettiamo il fatto che l’unica realtà è che la realtà non esiste, almeno nella nostra testa.
La nostra mente è un universo estremamente sofisticato e potente e funziona con meccanismi estremamente particolari. Ad esempio abbiamo bisogno, come punti fissi e per orientarci nel mondo, di convinzioni che ci aiutano ad elaborare le esperienze che viviamo definendole come belle o brutte, positive o negative, piacevoli o fastidiose, giuste o sbagliate, ecc…
Queste convinzioni sono molto utili e ci permettono di muoverci, decidere e interagire con gli altri e con il mondo velocemente e per la maggior parte delle volte con efficacia. Altre volte ci complicano la vita poiché non ci permettono di vivere le esperienze per quello che sono.
Parzializzano la nostra possibilità di raccogliere tutte le informazioni perché ne selezionano solo porzioni. A questo punto diventiamo selettivi e ci ritroviamo in una spirale negativa che ci fornisce solo un punto di vista, il nostro. Uscire da questa spirale è estremamente utile perché ci permette di vivere il mondo in modo più completo e, ad esempio, disporre di maggiore creatività per risolvere problemi, interagire con gli altri in modo più vario e produttivo, o governare le nostre emozioni per renderle un alleato e non un avversario.
Questo ci fornisce la possibilità di dare più risposte alle situazioni che viviamo e rende la nostra vita più piena ed appagante. Questa capacità di risposta è racchiusa nel significato etimologico della parola “responsabilità”!
Creare questo circolo virtuoso ci porta ad apparire più sicuri, positivi e solidi agli occhi degli altri. Ci permette di sentirci gli artefici del nostro destino e i registi della nostra vita.
Gi psicologi chiamano questa percezione “locus of control” interno: io governo gli eventi, non sono gli eventi a governare me.
Tutto questo è naturale per i leader e per coloro che ottengono grandi risultati (non meramente in termini numerici ma anche in termini di efficacia, creatività e qualità).
Ma purtroppo, per chi è convinto di avere nella propria mente l’intera realtà, la fine di questa lettura avrà il sapore amaro di un nuovo “si, si, belle parole, belle teorie, ma la realtà è un’altra”…
A coloro che lo hanno pensato dedico un pensiero di Henry Ford che ci ricordava che: “sia che tu pensi di farcela o pensi di non farcela, hai comunque ragione tu!”
A tutti gli altri auguro di ricordare ogni volta che sono troppo certi di qualcosa che “la mappa non è il territorio”.
Con questa consapevolezza poter vivere ogni situazione con la curiosità di un bambino e la voglia di credere che tutto è possibile, anche vedere il mondo come un meraviglioso viaggio da vivere con passione, gioia ed il coraggio della speranza.
Enjoy!

Crisi, cambiamento e performance

Quello della crisi è ormai un argomento quotidiano. Sui giornali, in televisione, parlando con amici o conoscenti, nei luoghi pubblici, in azienda ormai quello della crisi e quindi del cambiamento è diventato un mantra. Ma è proprio sempre così?

La crisi e il cambiamento sono due argomenti strettamente correlati.
Eppure molto spesso quando si parla di cambiamento o si affronta il tema della trasformazione si rischia di cadere nella facile trappola del credere che le due cose siano disgiunte.
In realtà, citando il cambiamento, parliamo semplicemente di qualcosa che si trasforma molto velocemente intorno a noi e che è generato dall’ambiente circostante o da scelte che noi stessi facciamo. Quindi possiamo dire che la trasformazione avviene perché noi scegliamo di cambiare qualcosa, o perché l’ambiente circostante si trasforma in modo più veloce di quanto noi non siamo in grado di gestire. In ognuno di questi casi parliamo di cambiamento. La definizione “crisi” è uno dei significati che diamo al cambiamento. In realtà in ogni cambiamento ci sono difficoltà, minacce, pericoli e incertezze da affrontare e nello stesso tempo ci sono opportunità, nuove situazioni, trasformazioni che si possono rivelare assolutamente proficue.
Il più interessante degli aspetti è che nella maggior parte delle situazioni noi chiamiamo crisi una trasformazione che avviene dall’esterno e che non siamo in grado di governare. Semplificando possiamo dire che il cambiamento è qualcosa che scegliamo di mettere in atto; la crisi è un cambiamento che arriva dall’esterno e che per qualche motivo non ci piace, non ci è gradito, o pensiamo che rappresentano una minaccia. Le difficoltà di stabilire un confine fra ciò che parte da dentro di noi e ciò che arriva da fuori e ci condiziona, è determinato dal fatto che, sia nel cambiamento che nella crisi, il maggiore contributo alle esperienze è rappresentato proprio dalle nostre emozioni.
Ecco che allora un cambiamento che contiene paura, sconforto o frustrazione viene denominato crisi. Governare tutto questo è più semplice di quanto non appaia a prima vista.
Partiamo dal presupposto che il cambiamento è nella natura di tutte le cose. Questo significa che noi abbiamo la possibilità di generare e governare il cambiamento oppure subirlo. La metafora del fiume è quella che meglio rende l’idea di ciò che significa il cambiamento per ognuno di noi. Provate ad immaginare un fiume impetuoso che scende verso valle; immaginate di esserci immersi dentro e dover in qualche modo contrastare la forza del fiume.
La cosa è anche fattibile fin tanto che ci si trova in una zona di poca corrente. Ma cosa accadrebbe in una zona dove la corrente è molto forte?
In questo caso è evidente che non è possibile riuscire a risalire il fiume solo con la forza delle nostre braccia e delle nostre gambe. Le persone che rifiutano il cambiamento sono come persone che cercano di risalire il fiume nuotando. Queste sono le situazioni nelle quali lo sforzo per contrastare il cambiamento diventa sacrificio e sconforto. Il dolore e l’avversione al cambiamento si trasforma in ciò che comunemente chiamiamo crisi.
Fermatevi ora un attimo a pensare ad una situazione analoga, dove la scelta non è quella di contrastare il fiume ma quella di discenderlo.
Possono succedere due cose. La prima, ci si lascia trasportare dal fiume senza governare in alcun modo la discesa; la seconda si sceglie la direzione che si desidera nel fiume.
Nella prima situazione, indubbiamente, la fatica e il dolore non sono così forti e la crisi non è così immediatamente percepita. Il problema è che se ci lasciamo trasportare dal fiume non è assolutamente detto che arriveremo dove vogliamo arrivare. Il fatto è che non ce ne accorgiamo subito, potremmo accorgercene dopo molto tempo, quando siamo arrivati in un luogo che potrebbe non piacerci affatto. Inoltre potrebbe non essere più possibile tornare indietro. Questo è il classico atteggiamento che guida le persone maggiormente fataliste, che attribuiscono molta importanza alla fortuna e alla sfortuna e che non hanno del tutto la percezione di governare la loro vita.
Se da una parte le persone che cercano di risalire il fiume talvolta risultano agli occhi degli altri particolarmente aggressive, le persone che si lasciano trasportare tendono a lamentarsi di ciò che accade intorno a loro.
Esiste un terzo tipo di atteggiamento che è quello di coloro che desiderano scegliere la direzione facendosi spingere dalla corrente.
Non so chi di voi abbia mai provato un’esperienza di Hydrospeed, esperienza nella quale il divertimento sta nel discendere un fiume governando la propria direzione con il solo aiuto di una piccola tavoletta a forma di bob. Su questa, che fa da sostegno e da scudo, si appoggiano le braccia ed il busto; si dispone inoltre di un caschetto, un giubbottino di salvataggio e di pinne. Il divertimento sta nel discendere il fiume governando la propria discesa con un po’ di tecnica e molto coraggio.
La cosa che mi ha colpito di più vivendo quest’esperienza è stata quella di comprendere i tre elementi fondamentali per compiere una discesa efficace. Il primo è quello di mantenere un buon ASSETTO, ovvero governare la propria posizione nel fiume, cosa che consente di poter condurre meglio la propria tavoletta.
La seconda cosa da fare è riuscire ad ANTICIPARE la corrente generata dal percorso del fiume ovvero rapide, cascate e zone di acqua ferma.
Come ultima cosa è necessario disporre di una VELOCITA’ sufficiente per poter governare, anche se tante volte questa stessa crea adrenalina o… paura!
Quando ci si trova poi di fronte ad un salto salto o una rapida con la schiuma bianca e l’acqua che urla, è il nostro coraggio che fa la differenza. In questo momento la nostra capacità di usare ed indirizzare le emozioni determina il valore della nostra esperienza: la nostra discesa può così trasformarsi in un incubo o nel più divertente dei giochi!
Trovo che questo sia straordinariamente ispirante per comprendere cosa significa governare il cambiamento.
Le persone che ho conosciuto e che hanno maggiore capacità di gestire o addirittura generare cambiamenti significativi,sono persone che hanno le idee chiare su dove vogliono andare e che dispongono di queste caratteristiche di base.
Riescono a mantenere l’assetto, ad esempio quello valoriale, ricordandosi sempre che sono e cosa vogliono ottenere mentre corrono verso i loro obiettivi. Sanno anticipare gli eventi creando nuove opportunità, cosa che, spesso e volentieri, in azienda viene chiamato innovazione e nella vita creatività. Hanno il coraggio di andare veloci per far sì che il cambiamento sia un’opportunità e non una minaccia.
Persone con questa abilità naturali vengono definite leader!
In conclusione credo che la differenza fra la crisi e il cambiamento stia proprio in questo: cambiare significa decidere dove andare anche quando le condizioni esterne sembrano totalmente avverse; crisi è quell’aspetto del cambiamento che non accettiamo perché arriva da fuori e ci trova impreparati nel governare la trasformazione stessa.
Cavalcare il cambiamento può risultare molto divertente, come fare Hydrospeed ma attenzione: ricordati di comprendere qual’è il tuo assetto, scegli la tua velocità e anticipa un po’, fin dove puoi, gli eventi!

Il cuore, la rabbia, le distanze…

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:

“Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”

“Gridano perché perdono la calma” rispose uno di loro.

“Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?” disse nuovamente il pensatore.

“Bene, gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: “Allora non è possibile parlargli a voce bassa?” Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.

Allora egli esclamò: “Voi sapete perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro. D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché?

Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E’ questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano.”

Infine il pensatore concluse dicendo: “Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare.”

Mahatma Gandhi

La verità della bellezza

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Alcuni giorni fa ho avuto la possibilità di partecipare a una conferenza nella quale, oltre al sottoscritto, vi erano alcuni testimonials provenienti da mondi differenti da quello delle aziende.

Gli argomenti erano particolarmente interessanti e il tema di fondo era la leadership.
Scendendo maggiormente nello specifico si ragionava sugli aspetti sistemici e strategici della leadership stessa. Per farsi ispirare sui primi, il nostro mentore era un eccellente direttore d’orchestra. Questi, oltre ad essere giovane e particolarmente capace di intercettare gli elementi fondamentali della “concertazione” di competenze diverse, punti di osservazione diversi, opinioni musicali diverse che necessariamente i membri di un’orchestra debbono avere, aveva la capacità di condurci in modo ispirato attraverso il tema della complessità.
Partiamo dal presupposto che, ad esempio, un oboista e un violinista hanno entrambi una forte leadership, ma la forma mentale che li ha portati a sviluppare il talento in grado di renderli buoni concertisti è profondamente diversa: non è la stessa cosa suonare un oboe rispetto al suonare un violino e questo vale per tutti gli strumenti che contengono elementi estremamente diversi e specifici.
Questo rende il lavoro del direttore d’orchestra particolarmente interessante. Riuscire a fondere insieme tutti quei diversi approcci, suoni e armonie che si trasformano in un tutt’uno in grado di veicolare la bellezza di un’opera d’arte.
All’interno della sua presentazione, ci ha mostrato un video nel quale uno dei più importanti direttori d’orchestra contemporanei, Sergiu Celibidache, si soffermava sul tema della bellezza e della verità.
Questi, a valle di una dissertazione filosofica sul senso della musica, ha riportato una frase di Schiller che mi ha colpito in modo particolare: “tutti coloro che hanno raggiunto la bellezza si sono accorti che dietro a questa si nasconde la verità”.
Sulle prime, al di là della intensità evocativa della frase, non sono riuscito a contestualizzare il senso profondo della citazione riportata dal maestro ma questo non ha impedito al concetto di continuare a risuonarmi nella testa.
Celibidache continua incalzando e rende ancora più appassionante il concetto dicendo che “la bellezza, infatti, non è il punto di arrivo bensì è l’esca!”.
Straordinario. La bellezza come mezzo per attrarre il pensiero alla ricerca della verità: molto denso di armonie artistiche. Molto emotivo, apparentemente poco razionale.
Ma la musica è arte, è emozione e contemporaneamente è raziocinio, è competenza, è processo, è struttura.
In seguito Valentino, questo il nome del maestro, ci ha condotti attraverso le basi della direzione, per farci capire quali significati hanno i gesti che compie normalmente su un palco e che hanno funzioni specifiche.
Ci ha aiutato a capire il linguaggio, estremamente pragmatico e razionale, che gli eleganti gesti compiuti con una bacchetta in mano hanno nei confronti dell’orchestra intera: è affascinante scoprire come gesti semplici hanno significati così specifici per chi ne comprende il gergo.
E’ stato proprio in quella fase della sua trattazione che è uscito un concetto che ha dato un significato alla precedente affermazione di Schiller.
“Alcune opere”, ci ha spiegato Valentino, “sono immortali perché il loro livello di complessità è elevatissimo… senza la complessità non vi sarebbe la possibilità di dare tonalità diverse a un’opera e senza questa caratteristiche non sarebbe possibile mantenere alto l’interesse del pubblico verso quell’opera. Complessità e qualità sono due concetti vicini…”
In effetti, gestire la complessità è per definizione estremamente difficile ed è proprio questa difficoltà a rendere unica un’opera ogni volta che viene eseguita con filosofie, modalità e personalità diverse derivanti interpretazioni soggettive dei direttori che le portano in scena.
Talvolta, addirittura, la complessità riesce a trasformarsi in un tutt’uno che appare talmente semplice che ci si chiede: ma a cosa serve un direttore d’orchestra?
Proprio per il fatto che gli strumentisti sono capaci da soli di suonare, oltretutto spesso in modo eccellente, non è facile comprende qual’è il vero contributo del direttore.Capita che un bravo direttore riesca ad essere talmente armonizzato con gli strumentisti da apparire addirittura inutile!
Il suo ruolo appare a quel punto così semplice che quasi tutti abbiamo immaginato di poter dirigere una grande orchestra pensando “…e che sarà mai! Potrei farlo anche io!”.
Questo è il punto: la magia di un direttore d’orchestra è quella di far passare come “semplice” una complessità straordinariamente elevata.
È stato in quel momento che la mia mente ha divagato correndo in direzione di alcuni concetti che per molto tempo sono rimasti piuttosto oscuri nella mia mente.In seguito l’immagine della complessità che si trasforma in una semplicità ad alto contenuto di design, creando prodotti altamente qualitativi e belli, mi ha fatto correre ad alcuni casi aziendali che di questi elementi hanno creato uno stile.
Ho rivisto nella mia mente casi aziendali o aziende che ritengono che la forma sia sostanza e rendono percepibile lo sforzo di creazione di valore attraverso una maniacale cura del particolare: Apple, Tecnogym, Ferrari, Ducati, Porche, e moltissime altre…
Ho riflettuto sulle modalità con le quali i manager, in queste e mote altre aziende, si interfaccino con la propria organizzazione con lo scopo di ottenere questo risultato di armonizzazione dei processi.
E ho rivisto tutti gli sforzi che ogni giorno un dirigente mette nella propria quotidianità per cercare di semplificare i processi che definiscono le loro aziende.
A questo punto non ho potuto evitare le domande che spontaneamente sono state ingenerate dalla trattazione di Valentino.
La semplificazione dei processi è davvero il valore al quale tendere?
È questa semplificazione che rendeun processo più efficace?
Ridurre il numero di elementi che intervengono in un processo crea valore?
È la schematizzazione che permette ad un’organizzazione di essere più fluida?
Sono ovviamente domande che hanno a che vedere con la filosofia organizzativa e per le quali io personalmente non ho risposte, ma è impossibile astenersi dal riflettere su questo semplice concetto.
Per certo credo che sia proprio lo riuscire a far apparire semplice la complessità, attraverso un prodotto o un servizio, che crea valore duraturo nel tempo.
Il problema è che gestire la complessità richiede elementi di competenza, talento, autorevolezza e personalità fortissimi.
Come sempre capita si apre un bivio davanti al quale non è possibile sostare per molto tempo, una strada va imboccata: snellire abbandonando il valore che la complessità è in grado di fornire o gestire la complessità rendendola, ad occhi esterni, semplice ed essenziale?
Lascio ad ognuno questa risposta riportando l’approccio di Steve Jobs al problema quando si trovò a raccontare la propria filosofia agli sviluppatori del Mac nel 1983: “Quando poi si riconsidera il problema, allora si capisce quanto sia complesso e si adottano delle soluzioni contorte. E’ qui che di solito la gente si ferma e la soluzione sembra funzionare, almeno per un po’. Ma le persone veramente in gamba vanno avanti fino a scoprire il principio sottostante al problema e a trovare una soluzione elegante capace di funzionare ad ogni livello. Questo è quello che abbiamo voluto fare con il Mac.”

Dietro la bellezza, la verità… appunto!

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